L’umanità presenta alcune caratteristiche comuni, sia pure con tutte le sue varietà. Caratteristiche fisiche, ma anche psichiche. Ad esempio, siamo interiormente convinti che i favori ricevuti soprattutto da entità a noi superiori vadano in qualche modo conquistati, pagati. È una regola che sentiamo dentro, tanto da faticare persino ad accettare come regalata un’amicizia o un amore, perché inevitabilmente percepiamo di non avere fatto abbastanza per meritarci quello che supera la nostra capacità di dono (qualunque amicizia è un regalo più grande di ciò che i due amici possano dare).
Anche nel rapporto con Dio, naturalmente, l’essere umano si regola allo stesso modo: invoca sostegno, protezione, senso e per ottenerlo offre qualcosa di sé, spesso sacrifici animali o addirittura, in certe culture, umani. La Bibbia però ha qualcosa di nuovo da offrire.
Il Dio del Primo Testamento
A prima vista queste novità nel Primo Testamento non si vedono: gli esseri umani offrono a Dio sacrifici animali e oblazioni di beni alimentari, come in tantissime tradizioni umane.
C’è già però qualcosa di diverso che si muove sotto la superficie. Nel mondo semitico antico solitamente le diverse città o popolazioni si “tenevano buona” la propria divinità garantendole un tempio nel quale risiedere e sacrifici curati dal re, che così veniva protetto insieme a tutto il suo stato, mentre la divinità in qualche modo era “obbligata” dal tempio a non andarsene. Gli ebrei appartengono culturalmente a questo mondo e ne respirano l’aria. Da loro, però, tanto per cominciare, re e sacerdote non possono coincidere, perché appartengono a due tribù diverse. Significa già sancire simbolicamente una certa autonomia di Dio, che ha promesso di proteggere il re ma non viene servito da lui.
Poi, il legame divino con le strutture che sono messe al suo servizio è molto blando: già prima del regno, l’arca dell’alleanza può finire in mano ai nemici (1Sam 4-5) senza per questo che Dio smetta di sostenere i suoi. E anche quando Davide sarà consolidato sul regno unificato e penserà di costruire un tempio alla divinità, il Signore risponderà di aver accompagnato per quarant’anni nel deserto il popolo senza avere tempio o altare (2Sam 7). Per questo, dopo la distruzione di Gerusalemme e del tempio, si potrà immaginare un Dio che si trasferisce, senza alcun tipo di struttura, insieme agli esiliati del suo popolo, senza abbandonarli (questo dicono le visioni del profeta Ezechiele).
D’altronde, lo stesso patto proposto da Dio a Israele è un’alleanza, ossia un accordo alla pari, non di sudditanza, e si rinnova costantemente a ogni violazione del popolo, tanto da sembrare meno un contratto da rispettare, quanto piuttosto un dono gratuito di relazione che Dio offre al popolo e che rinnova sempre.
Con Gesù, però, tutto diventa ancora più chiaro.
L’inizio del vangelo di Marco
Marco è il primo a pensare di scrivere un “vangelo” che presenti la figura di Gesù. Non è una biografia, rigorosamente parlando (non ci dice quando o dove nasca il protagonista, non ci offre neanche una data, non si capisce quanto duri il ministero di Gesù…), ma una presentazione essenziale e mirata per conoscerne la persona. Anche se non ci offre dati biografici, quindi, diventa massimamente importante la struttura dell’opera.
Il vangelo, in effetti, si apre con l’annuncio e il battesimo del Battista, per poi concentrarsi su Gesù. In tutta rapidità, si dice che Gesù viene tentato per quaranta giorni nel deserto, dono sono le bestie selvatiche a servirlo, e che poi, dopo l’arresto di Giovanni, torna in Galilea per predicare il vangelo.
Marco è rapido nel darci queste indicazioni, che però arrivano all’inizio della sua opera e sono quindi particolarmente significative. Ci suggeriscono che anche il ministero di Gesù non inizia dal nulla, ma si riconnette a una storia umana, a un modo di capire anche Dio, a maestri che insegnano. È un’indicazione tutt’altro che scontata: anche a noi, infatti, poteva venire da immaginarci un messaggero definitivo di Dio che sa già tutto, che non ha bisogno di niente, che non impara da nessuno. Anzi, ci viene talmente naturale che spesso ritorniamo a pensare a Gesù in questo modo nonostante i racconti evangelici.
E poi, le tentazioni ci suggeriscono che la sua umanità non vuol solo dire che arriva in un mondo che qualcuno gli deve un po’ insegnare, come a noi, ma comporta anche che la decisione su che cosa sia bene o male non è scontata, è esposta a dubbi, a incertezze, a desideri anche contrapposti. Come per noi, come nella nostra umanità. Noi siamo portati a pensarci imperfetti e sbagliati per tutte queste tentazioni che subiamo, ma scoprire che anche Gesù c’è passato (anche se Marco non precisa in che cosa siano consistite) in realtà ci conforta, ci dice che insicurezze e incertezze non allontanano da Dio ma costituiscono una dimensione essenziale e non eliminabile dell’umanità.
Ciò senza negare che Gesù si presenti come il Signore del creato, addirittura servito dalle bestie selvatiche. Tutto di corsa, in fretta, quasi come precondizioni per ciò che seguirà.
Perché a un certo punto Gesù inizia a parlare, e qui ci aspetteremmo che, in qualche modo, le introduzioni siano finite ed entriamo direttamente nel cuore del messaggio.

Un annuncio sorprendente (Mc 1,15)
L’evangelista ci informa che Gesù annuncia il vangelo, e dice: «Il tempo opportuno si è riempito e il regno di Dio si è avvicinato: cambiate testa e credete nel vangelo». Tutti noi abbiamo a disposizione traduzioni più eleganti che tentano di mettere in buona forma quello che anche nella lingua greca originale suona molto ruvido. Marco, però, è un autore che sa scrivere, ma sa anche far finta di non saperlo fare. E quando scrive “peggio” è perché vuole farci rallentare e prestare più attenzione. Tanto più che, a sorpresa, la predicazione di Gesù è già finita qui. Poi sceglierà i primi discepoli, farà le prime guarigioni… Più avanti nel vangelo racconterà parabole, discuterà con alcuni contestatori, ma sostanzialmente l’annuncio di Gesù è già finito. Vale quindi la pena leggerlo con molta attenzione. L’evangelista ci sta suggerendo che dobbiamo proprio farlo.
Il “tempo” di cui parla, ad esempio, potrebbe anche essere reso con “occasione”. È il tempo giusto per fare le cose, il momento adatto, come raccogliere un frutto quando è proprio maturo al punto giusto. Prenderlo prima sarebbe stato sprecarlo, ma aspettare ancora significherebbe lasciarlo rovinare. Adesso. Che è una parola che nel vangelo di Marco ricorre con una frequenza altissima. Ora è il momento di vivere, non domani. Perché è adesso che il tempo “si è riempito”, si è compiuto, è arrivato al culmine, appunto come un frutto maturo.
Il “regno” era, soprattutto per i lettori antichi, molto più che per noi, l’orizzonte di un re, che ne faceva cosa voleva. Il regno di Dio non poteva che essere il contesto in cui Dio si esprimeva, finalmente, proprio come voleva lui, senza più i condizionamenti di chi aspetta per non stroncare tutto ciò che tocca. Spesso i profeti, e soprattutto gli autori delle apocalissi, avevano parlato del “giorno di Dio” o del “regno di Dio” come il momento in cui Dio avrebbe sterminato tutti i suoi nemici, che immaginavano fossero davvero molti. Una catastrofe, da cui si sarebbero salvati i pochi buoni. Si pensava che il giorno o il regno di Dio, quindi, “irrompessero”.
Il messaggio di Gesù è diverso: il regno c’è, ma semplicemente “si è avvicinato”, si è accostato, non ha violentato nulla, non entra come una bufera, ma come chi suona alla porta…
E, d’altra parte, e ancora più sconvolgente per tutti gli esseri umani, non è stato invocato, non siamo stati noi a renderci sempre più simili e vicini a lui, ma è il regno stesso che si è avvicinato a noi. Noi immaginiamo sempre Dio come un essere supremo, solenne, torvo, irraggiungibile, come in cima ad una montagna che dobbiamo faticosamente scalare per potervi accedere. Gesù dice che invece è Dio stesso ad essere sceso da noi, a bussare alla porta per vedere se vogliamo aprirgli.
La nostra conversione
È per questo che Gesù può aggiungere che dobbiamo “convertirci”. È così che solitamente nella nostra tradizione traduciamo il verbo successivo, che indica un “cambiare testa”, “cambiare modo di pensare”. Può sicuramente indicare una conversione morale, in cui smetto di pensare che denaro o potere o interesse personale debbano guidare le mie azioni e decido di seguire invece delle indicazioni etiche o il bene degli altri. Ma qui in gioco c’è molto di più. Gesù ci invita a cambiare il modo di guardare a Dio. Non più un essere perfetto ma irraggiungibile, bensì una presenza vivificante che si è avvicinata a noi, e lo ha fatto adesso, in questo momento.
Ecco allora che Gesù ci invita a credere al “vangelo”. Questa era una parola nota, anche se il genere evangelico è stato inventato da Marco. Per “vangelo” (che significa, letteralmente, “buona notizia”) i suoi contemporanei indicavano l’annuncio di un araldo che andava per le strade a comunicare ad esempio (era il caso più frequente) che era salito al trono un nuovo re, il quale, perché tutti potessero fare festa con lui, aveva condonato tutti i debiti, di conseguenza svuotato le carceri (di solito si era incarcerati solo per debiti) e aveva deciso di imbandire banchetti pubblici, a basso prezzo o gratuiti. Era insomma un’occasione di festa, di liberazione e di gioia.
Si capisce bene che il messaggio di Gesù non possa che portare gioia: il Dio severo e giudice che immaginavamo si mostra come un sovrano liberatore, buono e generoso, che non irrompe sulla scena della nostra vita ma si avvicina delicatamente, pronto a farsi accogliere da chi vorrà e a portare libertà, gioia e vita. È un dio diverso da quello che pensavamo, ma è un dio molto più umano, vicino a noi, promettente e seducente.
Quel Dio Gesù non lo spiegherà più a parole, ma con i propri miracoli e la propria vita.
Angelo Fracchia



