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Melchisedek: il personaggio più misterioso della Bibbia

«Tu sei sacerdote per sempre, al modo di Melchisedek» (Sal 110,4). È una frase rinomata di un salmo messianico, notissimo e molto utilizzato sia dalla tradizione cristiana sia da quella ebraica. Ma che cosa significa, e chi è Melchisedek? Perché è così importante?

Un re-sacerdote sconosciuto

La Bibbia è piena di personaggi di cui non sappiamo quasi niente, che emergono dal nulla e tornano nel nulla. Qualcuno, però, finisce con il richiamare su di sé una qualche attenzione, e può lasciare un segno più marcato anche se di fatto se ne parla poco.

La citazione “originaria” di Melchisedek è nel capitolo 14 del libro della Genesi. In quei capitoli Abramo è arrivato da poco nella terra di Canaan, insieme alla moglie Sara e al nipote Lot. Nel capitolo 13 Abramo aveva constatato che la terra aveva troppo poche risorse perché i due potessero vivere insieme e propone quindi una separazione, lasciando a Lot di scegliere la parte che preferisce. Anche noi potremmo ritenere che il più anziano, la guida, sia quello che può decidere, e allora poteva venire il dubbio che in realtà Abramo, più vecchio ma senza figli, si senta inferiore a Lot, padre di due figlie. Era un pensiero che a un antico sarebbe venuto ancora più naturale che a noi.

È allora forse anche per quello che chi compone il libro della Genesi inserisce subito dopo un episodio particolare, perché la zona in cui si insedia Lot viene coinvolta in un attacco di quattro re stranieri che si impossessano di un bottino importante, fatto anche di schiavi, tra cui rientra anche Lot e le figlie. A quel punto Abramo si muove e li aggredisce, battendoli e chiedendo soltanto la liberazione degli ostaggi. Per il lettore soprattutto antico si tratta di un episodio significativo: indica che Abramo aveva ceduto il passo a Lot non per debolezza o paura.

L’episodio potrebbe finire qui, ma mentre Abramo torna indietro verso Canaan gli va incontro, benedicendolo e offrendogli pane e vino, «Melchìsedek re di Salem, sacerdote del Dio Altissimo» (Gen 14,18), a cui Abramo paga le decime.

Facciamo finta che nella Bibbia non si parli più di lui, e proviamo a dedurre che cosa potremmo dirne se avessimo a disposizione solo questo versetto. Intanto, è re e sacerdote. Questo nel mondo antico, anche semitico, era consueto, anche se in Israele non è così. Può semplicemente dire che è chiaramente un non ebreo, come è ovvio, e appartiene a una cultura scontata nel suo mondo. È comunque chiaramente un capo, del mondo civile e di quello religioso.

Si dice che sia re di Salem, nome che rimanda alla pace o alla completezza e che secondo tanti commentatori anche antichi è il nome antico di Gerusalemme. È un accenno che potremmo anche mettere in discussione ma che intanto sarebbe significativo. Anche se non è ancora la città santa che sarà conquistata da Davide. Il suo nome, a sua volta, significa “re di giustizia”. Tutto molto positivo: si direbbe voler esprimere l’accoglienza e riconoscenza dell’impresa di Abramo da parte di chi non è ebreo.

Poi, offre pane e vino. I cristiani sanno quanto siano elementi significativi: indicano il sostentamento quotidiano e la bevanda della festa. Mangiare e bere, ordinario e straordinario, come nella messa cristiana: il Dio di Melchìsedek è benevolo nei confronti di Abramo, vuole venire incontro al suo bisogno di vita. In cambio, il patriarca gli offre la decima di ciò che possiede. La decima era una forma di riconoscenza nei confronti del divino e passerà anche nella legislazione ebraica. Ma non parrebbe che il dio di Melchisedek sia lo stesso di Abramo, il quale sembra quindi riconoscere la priorità del divino qualunque forma assuma. Lui è legato a un Dio personale, di cui si fida, ma riconosce e rispetta il divino ovunque lo trovi.

Anche se non si fosse più parlato di Melchisedek, magari ce ne saremmo ricordati ugualmente.

L'ordine di Melchìsedek

Di colpo, per la seconda (e ultima) volta nel Primo Testamento, questo sconosciuto è citato in un salmo, che non è del tutto facile da capire in ogni particolare.

Il senso di fondo del salmo è un’investitura da parte di Dio di un re ebreo, riconosciuto come vincente sui nemici e sereno nel dominio da Gerusalemme. Il tono non è storico, ma di attesa sognata, messianica, di promessa per il futuro, anzi un futuro da Dio, fuori dalla storia. È un salmo che sostanzialmente vorrebbe dire che in futuro Jahvè avrebbe continuato a proteggere il popolo d’Israele, grazie a un re come lui lo voleva.

Lì in mezzo il re è definito come «sacerdote per sempre, al modo di Melchìsedek». Ma qual è il suo modo? Nell’antichità spesso le professioni si ereditavano dai padri. Anche quella sacerdotale. Anche in Israele, dove anzi si specifica che è sacerdote chi è discendente di Aronne. Precisare i propri antenati diventava fondamentale. Di Melchìsedek, però, non si offre una genealogia, il che è abbastanza strano, appena lo notiamo. Il modo normale di presentare una persona nell’antichità era di dirne il nome e poi il padre, quindi, eventualmente, qualche altra caratteristica identificativa. Di Melchìsedek si dice che è re e sacerdote, di che città è, ma non il padre. Che tipo strano di sacerdote è, costui che è anche re?

Abbiamo già detto che in Israele il re non si identifica con il sacerdote. Il re è discendente di Davide, della tribù di Giuda, il sacerdote invece è discendente di Aronne, della tribù di Levi. Se uno è re, non può essere sacerdote, e viceversa. Del re messianico atteso, invece, si dice che viene da una discendenza diversa, non chiarita. Indica anche il rifiuto di fermarsi alle categorie tradizionali, rigide, già stabilite. Dio scrive su righe che non esistono ancora, può immaginare un re che è anche sacerdote perché è diverso, ha una discendenza, uno stile, un’appartenenza che è tutta sua.

Ciò che il salmo dice, in fondo, è che Dio promette una mediazione umana che sarà tutta originale, tutta voluta da Dio secondo criteri diversi, non programmabili.

Un genio cristiano

Le citazioni di Melchìsedek nel Primo Testamento sono due. Ma poi c’è uno scrittore cristiano che lo mette al centro delle proprie argomentazioni. Si tratta dell’autore anonimo che compone la cosiddetta lettera agli ebrei.

Il mondo ebraico vedeva il rapporto tra Dio e gli uomini mediato da figure umane, tradizionalmente raccolte nelle figure del profeta (che coglie il modo con cui Dio pensa), del re (che orienta il mondo sulle strade di Dio) e del sacerdote, che fa salire verso il cielo le offerte umane e fa scendere verso la terra la parola di Dio. I cristiani colgono che Gesù raccoglie e fa proprie, perfezionandole, queste mediazioni: Gesù si presenta come profeta, che fa conoscere il sentimento del Padre. Si coglie poi che guida la storia verso quel cuore di Dio, e se ne riconosce la dimensione regale, sottolineata dalla sua ascendenza davidica. Ma poteva sembrare che la dimensione sacerdotale si perdesse: Gesù ha avuto un rapporto complicato con il santuario e sono state le autorità religiose a volerlo morto.

Eppure un autore della prima generazione cristiana, che Saulo di Tarso prende probabilmente sotto la sua ala (per questo per secoli si è detto che fosse lui l’autore, benché temi e lingua non assomiglino ai suoi), dimostra che anche questa mediazione viene raccolta da Gesù.

 E lo dimostra recuperando la figura di Melchìsedek. Fa infatti notare che Gesù gode di piena dignità divina e impara l’umanità vivendola. Media tra umano e divino non perché si allontana dall’umano per avvicinarsi al divino (come gli uomini spesso si illudono di fare), ma perché è pienamente, profondamente radicato in entrambe le realtà.

Sì, ma un sacerdote è tale perché discende da Levi e da Aronne. Come può Gesù essere sacerdote se discende da Davide?

Con un guizzo da rabbino, l’autore della lettera agli Ebrei va a citare Melchìsedek. Di lui fa notare l’assenza della genealogia. I cristiani probabilmente sorridono, perché si ricordano che di Gesù si indica un padre, Giuseppe, che però loro sanno non essere se non quello putativo. Di Melchìsedek non si dice quanti anni abbia, come se non abbia un inizio di giorni, e anche qui i cristiani dicono che sì, Gesù è nato da donna, ma in un certo senso, come Figlio di Dio, esiste da sempre. E Melchìsedek è re di giustizia (come dice il suo nome) e di pace (come dice il nome della sua città), esattamente come Gesù è sempre a servizio dell’autentica giustizia divina, che è pace per gli esseri umani.

Infine, colpo di genio, l’autore di questo trattato fa notare che Abramo gli paga le decime, lo riconosce cioè superiore a sé. Era ciò che facevano tutti gli ebrei, pagando le decime ai sacerdoti in quanto costoro rappresentavano il Dio di Israele. Ma se Abramo paga le decime a Melchisedek, significa che tutti i suoi discendenti si riconoscono inferiori a quel re-sacerdote. E tra i discendenti di Abramo ci sono anche Levi, Aronne e i sacerdoti ebrei.

In conclusione

Se dobbiamo raccogliere un pensiero, allora, è proprio l’autore della lettera agli ebrei a suggerirci che in Gesù noi troviamo un mediatore “religioso” tra Dio e l’umanità che dà voce esattamente alla dimensione dei sacerdoti, sia pure senza recuperare gli aspetti più esteriori del sacerdozio: non è discendente di Aronne, non offre sacrifici, ma in realtà offre quel dono di sé che è il sacrificio più grande immaginabile, e non fa entrare simbolicamente in cielo l’offerta, ma ci entra lui stesso. Ecco perché per i cristiani non è più immaginabile offrire altri sacrifici, in quanto sarebbero senza alcun dubbio inferiori a quell’unico sacrificio perfetto che è stato Gesù ad offrire.

In lui, definitivamente, il divino e l’umano si mettono in dialogo, in comunione. Attraverso lui il Padre conferma di tenere immensamente a questa comunione, ma di farlo in modalità che possono anche essere nuove, originali rispetto al passato. Non conta la forma, conta il cuore divino.

Angelo Fracchia

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