«Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo». Così inizia il vangelo secondo Matteo, e sappiamo che, al di là del legame al “padre nella fede” Abramo, spesso Gesù viene presentato come “figlio di Davide”, nasce nella “sua” Betlemme e viene presentato come suo erede. Ma perché Davide è così importante? E chi era stato?
La figura letteraria
Non ricostruiremo la figura storica di Davide, che secondo alcuni biblisti in realtà non è mai esistita. Ma per la Bibbia il suo è un personaggio fondamentale, ed è al suo significato che si lega la presentazione di Gesù. Ci occupiamo quindi di quello che rappresenta nel mondo del Primo Testamento, e quindi in quello cristiano.
La prima risposta alla domanda “chi era Davide?” è facile: il primo re d’Israele, uno dei due re che governano l’Israele unito. In realtà la risposta si complica già subito, perché prima di Davide c’era già stato un “primo re” d’Israele, Saul, che era stato unto, su mandato divino, dallo stesso Samuele che poi era stato inviato, a Saul ancora vivente, a ungere re Davide. Perché?
Di nuovo, la risposta immediata è che Saul si era dimostrato inaffidabile, non fedele al legame personale con Dio. Però pare quasi che la sua colpa più grave (aver consultato i morti tramite una maga) sia arrivata quando già era stato rigettato da Dio. Non ci interessano qui tutte le riflessioni al riguardo, se non per segnalare che la figura di Davide non si presenta senza macchia e al di sopra di ogni ambiguità.
D’altronde, già i suoi inizi erano stati quanto meno strani. Samuele era stato inviato da Dio nella casa di Iesse per ungere un nuovo re: lo sapeva Samuele, ma non Iesse, il quale si stupisce per la presenza dell’autorevole sacerdote e lo invita a fermarsi a mangiare. «Sia pure, ma solo se saranno presenti tutti i tuoi figli»: loro lo salutano, uno per uno, e Samuele attende il segnale divino che gli indichi chi è il futuro re. Già davanti al primo, Eliab, alto e forte, il sacerdote sembra quasi compiacersi con Dio per la sua bella scelta, ma la risposta è spiazzante: «Non guardare quello che guarda l’uomo». Lo sguardo divino guarda tanto oltre che i figli sembrano essere passati tutti ma nessuno pare essere il prescelto. «Sei sicuro, Iesse, che i tuoi figli siano tutti qui?». E il colpo di scena è che ce n’è ancora uno, che suo padre aveva dimenticato o forse aveva voluto escludere: è a pascolare (lavoro da bambini), è rosso di capelli (colore della cattiveria e del maligno), suo padre avrebbe fatto a meno di lui. Ma è lui l’unto del Signore.
Alla corte del re
Nonostante l’unzione, però, poco sembra cambiare nella vita di Davide, finché non entra, in qualche modo, alla corte regale. “In qualche modo” è una formula adeguata, perché in realtà i libri di Samuele, che raccontano queste vicende, spiegano in due modi diversi quanto accaduto. La vicenda più nota spiega che Davide era arrivato al campo militare allestito contro i filistei per portare da mangiare ai fratelli; vale a dire che lui non è ancora in età o in condizione di combattere. Al campo scopre che i filistei hanno proposto una “singolar tenzone”, uno scontro di uno contro uno per decidere la vittoria. Ma hanno messo in campo un gigante fortissimo, Golia, che nessun ebreo ha il coraggio di affrontare. Si propone allora Davide, che viene armato dal re Saul ma, trovando poi troppo pesante l’armatura, decide di combattere senza, e abbatte il gigante con un tiro di fionda.
Questa storia è raccontata in 1 Sam 17, ma quattro capitoli dopo si parla di nuovo di Golia di Gat, con una lancia enorme, ucciso da Elcanan di Iair. Ma non era stato Davide?
Peraltro, nello stesso libro si dice anche che Davide entra a corte da Saul perché sapeva suonare molto bene la cetra, che era in grado di calmare gli accessi di rabbia e ansia del re.
In ogni caso, lì fa amicizia con Gionata, figlio di Saul ed erede al trono (un trono, ricordiamolo, che non esiste ancora, perché non c’è un palazzo regale), che lo salva più volte dall’ira del padre.
Attraverso varie vicende, Davide fuggirà dalla corte e raccoglierà attorno a sé un piccolo esercito di soldati, inseguito da quello del re. Ed è vero che viene presentato mentre risparmia la vita di Saul pur potendolo uccidere di nascosto (due volte: 1 Sam 24 e 26) e che finge di combattere per i filistei pur proteggendo di nascosto gli ebrei, ma è pur vero che combatte contro Saul e la notte prima della battaglia in cui il re e suo figlio moriranno, Davide si trova nell’accampamento filisteo, tra i nemici.
E da lì in poi inizia a comportarsi come un boss mafioso, la cui strada viene spianata da una serie di morti occasionali di personaggi che si erano opposti a lui e spariscono a volte in circostanze poco chiare.
L’unica morte che si attribuisce a Davide è quella di Uria, un hittita che combatteva per lui mentre il re era rimasto a Gerusalemme: qui vede fare la moglie dello straniero che fa il bagno, se ne invaghisce e la fa portare a corte. Quando viene a sapere di averla messa incinta, manda a chiamare il marito e gli concede di tornare a casa per una notte. Siccome però lui, correttissimo, rifiuta di farlo «mentre i miei compagni sono in guerra», lo rispedisce in prima linea dando ordine al comandante di farlo morire.
Insomma, un capo globalmente astuto, fortunato e spietato, a tratti gravemente immorale e di certo non un modello di virtù.

Il Davide re definitivo
Davide continua a muoversi tra luci e ombre. Riporta l’arca del Signore a Gerusalemme, danzando come un plebeo qualunque e facendosi riprendere dalla moglie; subisce la rivolta del figlio, che lo spinge a fuggire (quindi non tutti lo appoggiavano…), salvo poi piangerne la morte quando riesce a sedare la ribellione; gestisce in modo mai limpido i rapporti tra i suoi figli, e così via.
Gli si attribuiscono inni e salmi di forte tenore spirituale, ma non sarà lui a fare costruire il tempio, pur essendosi fatto una reggia. Lascia vivere dei discendenti di Saul, ma li tiene a corte per controllarli. Al successore Salomone affida l’incarico di eliminare un soldato che gli ha ucciso molti nemici e un cittadino che lo aveva maledetto… e finisce i suoi giorni mostrandosi una marionetta nelle mani della ex moglie di Uria.
Perché allora un personaggio di questo tipo diventa così importante? Si potrebbe pensare che sia perché ha fatto di Gerusalemme la sua capitale, conquistando una città che si riteneva imprendibile. Ma in realtà dall’intera vicenda di Davide emerge altro.
È un re che si macchia di molte colpe, anche gravissime, e che commette numerosi errori anche seri. Ma resta sempre in comunione con Dio, gli parla, gli propone patti, accetta che non tutti vengano accolti, lo riconosce come proprio Signore. Inoltre, sa commuoversi di fronte alle fatiche e alle sofferenze delle persone che incontra, anche suoi nemici. Non è un modello di virtù, ma resta sempre in dialogo con l’Altissimo.
È probabilmente per questo che Dio gli promette di restare sempre fedele a lui e alla sua discendenza: alla proposta di Davide di costruirgli un tempio, la risposta divina è «Non sarai tu a costruire a me una casa, ma io a garantire a te una casata». E per questo Davide diventa simbolo di un’alleanza definitiva tra il Signore e gli ebrei.
Diventa significativo anche per noi che a rappresentare tutto questo sia un condottiero capace di commuoversi di fronte alla debolezza e alla semplicità ma anche di essere spietato e crudele, pronto a mantenere un giuramento di non fare del male a persone ma di lasciare al figlio l’incarico di eliminarle, dai comportamenti ambigui se non chiaramente disgustosi e disonesti ma anche dai ripensamenti radicali. Non un uomo perfetto, non coerente, non integerrimo, ma vero, autentico e pronto sempre ad ammettere i propri errori e peccati. Ci restituisce un volto divino che non chiede dei campioni perfetti, anzi accoglie anche moltissime imperfezioni (tutti noi potremmo dirci moralmente migliori di Davide…), ma che vuole essere incontrato, accolto, ascoltato e cercato come una persona, visto e amato. In questo, davvero, Gesù è il suo discendente più autentico.


