Recentemente qualcuno, guardando il planisfero, rifletteva sulla forma dell’Asia e notava come sia un continente che si estende in orizzontale, un continente dalle braccia aperte. L’Asia è culla di grandi civiltà, di millenarie tradizioni spirituali e sta accogliendo con impegno la chiamata della Chiesa alla sinodalità. Questo continente ospita una realtà molto variegata; vi sono Paesi nei quali i cristiani sono la maggioranza e Paesi in cui sono solo un piccolo gregge.
Camminare insieme e diventare ponti
Dal 31 Agosto al 4 settembre 2026, in Thailandia, nel centro pastorale Baan Phu Wan dell’arcidiocesi di Bangkok, la Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia (FABC) ha organizzato un meeting per i team sinodali nazionali dei diversi Paesi asiatici.
Vi hanno preso parte più di 75 delegati, tra cui cardinali, vescovi, sacerdoti, religiose e laici. È stata un’occasione per ascoltarsi, condividere le sfide, i primi frutti del pellegrinaggio sinodale della chiesa in Asia e per guardare al futuro.
“La sinodalità non riguarda solo riunioni, strutture o documenti. Ascoltiamo insieme per poter discernere insieme. Discerniamo insieme per poter essere inviati insieme”
ha detto mons. Joseph Do Manh Hung of Phan Thiet, (Vietnam) durante la messa di apertura dell’incontro.

Il cammino sinodale richiede apertura generosa del cuore, umiltà, coraggio, conversione di sguardo, di parole. È un cammino di profondo dialogo e di ascolto che diventa una disciplina spirituale, dove al centro viene posto lo Spirito santo e il suo soffio.
«Lo Spirito Santo innesca nella comunità ecclesiale un dinamismo profondo e variegato: il “trambusto” della Pentecoste. È curioso cosa succede nella Pentecoste: tutto era ben sistemato, tutto chiaro… Quella mattina c’è un trambusto, si parlano tutte le lingue, tutti capivano… Ma è una varietà che non si capisce bene del tutto cosa significa… E dopo questo, la grande opera dello Spirito Santo: non l’unità, no, l’armonia. Lui ci unisce in armonia, l’armonia di tutte le differenze. Se non c’è l’armonia, non c’è lo Spirito: è Lui che fa così» (Papa Francesco, Apertura della XVI Assemblea Generale ordinaria del sinodo dei vescovi)
Come il card. Pablo Virgilio S. David, vescovo di Kalookan (Filippine), ci ha suggerito durante la prima giornata, sinodalità significa diventare noi stessi dei ponti, guardare all’altro in modo differente; diventare una Chiesa in cui ogni persona, ogni storia conta.
È ascoltare insieme lo Spirito per una risposta che nessuno di noi possiede da solo. Il cardinale ha insistito sull’importanza dell’ascolto evidenziando che quando ascoltiamo solo per dare una risposta, siamo noi ad avere il controllo; quando lo facciamo per comprendere, lasciamo che l’altro ci tocchi; ma quando ascoltiamo insieme quello che lo Spirito ci sta dicendo, allora la conversione diventa possibile. Potremmo così scoprire che le persone che stiamo accompagnando sono in realtà strumenti usati da Dio per accompagnare noi in un continuo cammino di autentica crescita evangelica.
Si sentono qui riecheggiare le parole di papa Leone XIV pronunciate durante il Giubileo delle équipe sinodali e degli organismi di partecipazione:
«Come équipe sinodali e membri degli organismi di partecipazione sapete infatti che il discernimento ecclesiale richiede “libertà interiore, umiltà, preghiera, fiducia reciproca, apertura alle novità e abbandono alla volontà di Dio. Non è mai l’affermazione di un punto di vista personale o di gruppo, né si risolve nella semplice somma di pareri individuali” (Documento finale, 26 ottobre 2024, n. 82). Essere Chiesa sinodale significa riconoscere che la verità non si possiede, ma si cerca insieme, lasciandosi guidare da un cuore inquieto e innamorato dell’Amore».

Abbiamo così imparato che sinodalità significa camminare accanto al popolo abbastanza a lungo da riconoscere dove lo Spirito lo sta già guidando e imparare a vedere Dio già all’opera nella nostra realtà. La sinodalità richiede infatti occhi contemplativi per vedere che il regno di Dio sta già germinando in posti che non ci aspettavamo.
Il cammino sinodale è qualcosa che appartiene alla più profonda identità della Chiesa ed è una vera e propria vocazione che chiede la partecipazione e co-responsabilità di tutti che si fa missione.
“Carissimi, dobbiamo sognare e costruire una Chiesa umile -afferma ancora papa Leone-. Una Chiesa che non sta dritta in piedi come il fariseo, trionfante e gonfia di sé stessa, ma si abbassa per lavare i piedi dell’umanità; una Chiesa che non giudica come fa il fariseo col pubblicano, ma si fa luogo ospitale per tutti e per ciascuno; una Chiesa che non si chiude in sé stessa, ma resta in ascolto di Dio per poter allo stesso modo ascoltare tutti. Impegniamoci a costruire una Chiesa tutta sinodale, tutta ministeriale, tutta attratta da Cristo e perciò protesa al servizio del mondo”.
Dobbiamo essere una Chiesa capace di accogliere e vivere il “trambusto” di Pentecoste.
Dialogo: una campana, tante religioni, un’unica preghiera per la Pace
Quando si cammina nei pressi della piazza principale della città, è difficile non notarla. Spicca elegante in mezzo al verde e, chiunque le passa accanto, non può non rivolgere un pensiero a ciò che essa rappresenta.
Stiamo parlando della Campana della Pace, dal 1992 posta nel cuore della capitale mongola, Ulaanbaatar. Dono della Japan’s World Peace Gong Society come riconoscimento per l’impegno del popolo mongolo nel promuovere la pace, la campana, di circa 10 metri, è stata creata fondendo monete donate da diverse parti del mondo. Questo la rende simbolo di unità, amicizia e solidarietà.
Il 21 settembre di ogni anno, in occasione della Giornata Internazionale della Pace promossa dalle Nazioni Unite, i rappresentanti delle diverse tradizioni religiose presenti in Mongolia si ritrovano in questo luogo per offrire, a turno, una preghiera per la pace; suonare la campana per tre volte e accendere una candela.


I rintocchi della campana risuonano chiari nel traffico della città e nel cuore dei presenti. Buddhisti, induisti, scintoisti, musulmani, cristiani di varie denominazioni, ebrei, Bahá’í, rappresentanti degli sciamani condividono questo spazio in cui il dialogo si fa preghiera, comunione, segno di una fraternità possibile che inizia con piccoli passi, cuori uniti per costruire il bene per tutti, dovunque, ogni giorno.
«È un compito sacro per tutta l’umanità mantenere viva la speranza, mantenere vivo il dialogo e mantenere vivo l’amore nel cuore del mondo».
Così si esprime papa Leone XIV durante il discorso per il sessantesimo anniversario di Nostra Aetate e questo che avviene nella città di Ulaanbaatar, insieme ad altri piccoli passi, ne è una luce e una testimonianza.
Suor Francesca Allasia, mc

