Per comprendere l’influsso dell’Allamano sulla società del suo tempo è importante collocare la sua figura e la sua opera nel contesto storico, politico sociale e religioso di Torino, del Piemonte e dell’Italia risorgimentale. In quest’epoca così contrastante, l’Allamano seppe armonizzare la sua profonda spiritualità, con un’attenzione sapiente e lungimirante all’ambiente in cui viveva e alle persone che incontrava. Egli, senza dubbio, appartiene a quella schiera di uomini e donne, religiosi o laici, che tra le pieghe della storia, mossi dallo Spirito incarnarono la Carità nei modi più diversi; alcuni di essi con la vita attiva, altri unendo la “contemplazione all’azione”, proprio come fece San Giuseppe Allamano.
Il binomio: “contemplazione e azione” vissuto dal Rettore del Santuario della Consolata emerge chiaramente durante il processo informativo diocesano, che avviò l’iter del riconoscimento della santità dell’Allamano da parte della Chiesa. I testimoni, primo fra tutti, il suo domestico Cesare Scovero, misero in evidenza che nella giornata dell’Allamano la preghiera aveva il primo posto:
“Non stava mai in ozio e tutto il tempo libero dalle occupazioni lo impiegava nella preghiera. Pregava a lungo nei coretti del Santuario anche nelle ore serali; pregava in camera sua, nel Santuario e anche quando andava in viaggio. Faceva frequenti e lunghe visite a Gesù Sacramentato dai coretti del Santuario, e durante le medesime, si intratteneva in fervida preghiera. Anche alla sera, prima del riposo, di quando in quando, si recava dai coretti a fare la visita. Tutta la sua vita si può dire che era una vita di preghiera”.
L’Allamano, alla Consolata, dove rimase quale Rettore per 46 anni, divenne il dispensatore della misericordia, della serenità e della consolazione per molti. L’intelligenza e l’occhio vigile e attento a quanto accadeva nella società, gli guadagnarono la simpatia di molti, specialmente di coloro che erano disorientati o in difficoltà. Secondo il suo stile, non si accontentò di favorire il rinnovamento della vita cristiana, ma seppe armonizzare la profonda spiritualità con l’attenzione alle sfide del suo tempo.
Egli, non fu certamente uno studioso di problemi sociali, ma semplicemente ritenne suo dovere collaborare alle iniziative che animavano la diocesi nell’ambito sociale, con alcune caratteristiche sottolineate da più testimoni:
“Sapeva tacere e fare, senza battere i tamburi, perché il bene non fa rumore e il rumore non fa bene”.
“Aveva l’arte di non farsi avanti”.
“Era l’uomo che aveva più idee che parole”.
Il Rettore del Santuario oltre a contemplare Gesù-Eucarestia e dialogare con la Consolata, con piccoli e grandi gesti si fece “prossimo” divenendo: “parola”, “mano” e “volto” del Dio della Consolazione.
Egli incoraggiò persone, appartenenti ai ceti sociali più diversi, ad avviare progetti innovativi. S’interessò, in maniera diretta, fino al termine della sua vita, di tutelare una categoria in quel tempo particolarmente disagiata: le giovani lavoratrici nell’industria del vestiario, chiamate comunemente “sartine”, che guadagnavano poco, con orari logoranti e le condizioni degli ambienti di lavoro pessime. Le “sartine”, incoraggiate e sostenute, anche economicamente dall’Allamano, nel 1899 avviarono il “Laboratorio della Consolata”, che in breve tempo aprì filiali a Genova e a Roma, dove si formarono migliaia di lavoratrici e dirigenti del settore della moda.
Nell’Ottocento, la stampa cattolica tentava di ritagliarsi uno spazio tra le varie pubblicazioni, ma era molto difficile ottenerlo. L’Allamano sostenne la stampa cattolica, che considerava mezzo privilegiato per formare l’opinione pubblica. Il suo aiuto finanziario fu determinante per la nascita, o per la continuazione di alcune testate giornalistiche cattoliche del tempo.
Papa Benedetto XVI, nel Messaggio per la Quaresima 2013 afferma:
“Talvolta si tende a circoscrivere il termine «carità» alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario. È importante, invece, ricordare che massima opera di carità è l’evangelizzazione. Non v’è azione più benefica, e quindi caritatevole, verso il prossimo che spezzare il pane della Parola di Dio e introdurlo nel rapporto con Dio: l’evangelizzazione è la più alta e integrale promozione della persona umana”.
La Chiesa locale, al tempo dell’Allamano aveva avviato molteplici istituzioni di carità, ma nessuna dedicata esclusivamente alle missioni. Egli, convinto che una Chiesa non raggiunge la sua piena maturità finché non guarda oltre i suoi confini e le sue necessità, decise d’inserire quel “tassello” mancante, che avrebbe reso completo il volto della sua chiesa: la Missione.
L’Allamano illuminato dallo Spirito Santo, spinto dall’amore per Dio e dal desiderio di farlo conoscere fondò, prima i Missionari e poi le Missionarie della Consolata. Un’impresa impegnativa, faticosa, e talvolta contrastata, ma lo zelo apostolico, il vivo senso della missionarietà della Chiesa e la costante protezione della Consolata sostennero l’Allamano.
suor Maria Luisa Casiraghi, mc



