Dopo la morte di San Giuseppe Allamano, per circa un ventennio, di lui non si scrissero biografie. La sua vita era narrata da coloro che l’avevano conosciuto e parlavano di lui con entusiasmo, gratitudine e commozione. Nelle comunità, la memoria del Fondatore era viva e veniva tramandata attraverso la lettura dei fascicoli dattiloscritti delle sue Conferenze. Fascicoli “speciali”, che contenevano le “parole” di Padre pazientemente raccolte, con amore, dai suoi missionari e missionarie. Coloro che prendevano gli appunti, per far gustare a chi li avrebbe letti il senso, la ricchezza, la profondità e, al contempo, la semplicità dell’insegnamento dell’Allamano, hanno descritto anche il contesto, le motivazioni e l’atmosfera di quegli incontri.
Negli anni ’80, i “fascicoli dattiloscritti” delle Conferenze lasciarono il posto ai volumi stampati. Padre Igino Tubaldo, IMC, presentando la raccolta delle Conferenze rivolte ai missionari sottolinea:
“Le Conferenze dell’Allamano più che un “rigoroso sistema di pensiero”, o un “trattato di teologia ascetica” sono una testimonianza di vita, uno specchio della sua anima e, il linguaggio usato è quello della “meraviglia”, del religioso stupore, dell’entusiasmo, dell’esuberanza, del fervore, della convinzione e dell’intensità spirituale”.
Madre Chiaretta Bovio, dopo avere presentato i tre volumi che contengono le Conferenze del Fondatore alle missionarie, le invita a leggerle e approfondirle perché:
“La parola del Padre ci risuona nel profondo del cuore: ci questiona, ci stimola, ci incoraggia, ci spinge in alto e in avanti. Soave e forte, sapiente e paziente, semplice e ricca, chiara e decisa, ci indica senza tentennamenti il cammino della santificazione apostolica, al di là di ogni compromesso. Fondatore, Maestro, Padre, Uomo per cui Dio era tutto, sono i volti che si alternano in queste pagine e che rivelano i lineamenti che superano il tempo e lo spazio, essendo riflessi della Bontà di Dio”.
Scorrendo le pagine delle Conferenze emerge un tema fondamentale per l’Allamano: la santità. Quale Padre e Maestro chiede a coloro che entrano a far parte dell’istituto di valutare la propria scelta di vita e di confrontarla con il fine dell’Istituto:
Voi siete qui per farvi sante e poi missionarie. Il primo fine dell’Istituto è la propria santificazione e deve essere raggiunto. Bisogna ricordarlo sovente e interrogarci: perché son venuta in questa casa? Per farmi santa. Dunque bisogna farci santi: promettetevelo tutti i giorni, anzi tante volte al giorno e quando vi incontrate è anche bene dirvelo: facciamoci sante; ma non solo dirlo: farlo. Fate un fermo proposito: voglio farmi santa subito e qui, qui, qui. Il Signore vi benedirà e vi aiuterà. (Conferenza Suore, 5 novembre 1922).
Le testimonianze di chi lo ha ascoltato
P. Vincenzo Dolza testimonia:
“Il Fondatore ci voleva santi! Questa era la sua costante preoccupazione per noi. E ogni volta che ci parlava, di qualsiasi argomento trattasse, Egli ci ricordava questo fine. Lo zelo del Fondatore per la nostra formazione e santificazione si manifestava soprattutto nelle meravigliose Conferenze della domenica. Arrivava sorridente, sedeva, tirava fuori un bigliettino: e noi restavamo incantati davanti alla sua parola. Quanto desideravamo quei momenti, sempre troppo brevi per noi! Era per noi un incanto la sua parola nelle varie ricorrenze dell’anno e in mille altre occasioni”. (nel Sito IMC dedicato a San Giuseppe Allamano).
La santità è la meta da raggiungere percorrendo cammini, usando “mezzi” sicuri e adatti, facendo scelte quotidiane… seguendo le indicazioni racchiuse e spiegate ripetutamente, in maniera approfondita e dettagliata da Padre Fondatore nelle Conferenze.
L’efficacia formativa di ciò che l’Allamano proponeva è confermata da coloro che poterono ascoltarle.
“Il quadro più bello del Veneratissimo Fondatore è raffigurarmelo fra noi Missionari in erba, la domenica per la Conferenza: quel suo viso trasfigurato, con quel suo sguardo caratteristico e il tono della voce paterno. Per me quei tre quarti d’ora erano il Paradiso. La parola del Padre la bevevamo tutti con avidità: sentivo che mi scendeva in fondo all’anima, mi scuoteva, mi entusiasmava e mi faceva più buono.” (P. Borello Pietro, nel sito citato).

Nel “Filo D’Oro”, simile ad un Diario della Casa Madre, le missionarie raccoglievano e annotavano ciò che accadeva in Comunità. Riguardo agli incontri con Padre Fondatore, le Sorelle sottolineano che erano caratterizzati da un clima gioioso di famiglia:
“Tutte raccolte attorno a lui, bevevamo la sua parola che riempiva i nostri cuori di un grande amore alla virtù. Padre ci esortava con una bontà che ci donava la forza di camminare senza paura sulla via della santità”.
“Altre” parole
Oltre alle Conferenze sono state pubblicate altre “parole” del Fondatore: quelle raccolte nelle “Lettere”, dalle quali emerge un Padre non preoccupato di sottolineare i principi dottrinali, ma che insiste nel ricordare che per essere dei buoni missionari/e occorre essere santi.
Con il passare degli anni, l’Allamano non ha mai smesso di mandare ai missionari e alle missionarie messaggi, brevi ed incisivi, per lo più scritti assieme ai saluti, o dietro ad un’immagine. Un modo di comunicare molto efficace, per aiutare gli interlocutori a mantenersi in comunione con Dio, a non perdere il fervore e a continuare con impegno e speranza le proprie attività apostoliche.
Sr. Gianpaola Mina, nel 1986, aveva azzeccato in pieno il titolo della sua breve biografia di Padre Fondatore: “Un silenzioso che aveva qualcosa da dire”. Sì, perché ancor oggi, chi vuole abbeverarsi al “pozzo” della parola lasciataci da San Giuseppe Allamano, può scoprire quel “qualcosa” che il Fondatore a da dirle.
suor Maria Luisa Casiraghi




