Si sa che non tutte le lettere che la prima comunità cristiana attribuisce a san Paolo sono davvero sue. Se per una (quella agli Ebrei) ormai neppure più nella liturgia si cita il nome dell’apostolo delle genti, altre tre quasi nessuno accetta ormai che siano sue e qualcun’altra fa discutere. In quest’ultimo gruppo rientra anche la lettera ai Colossesi, che per temi e linguaggio sembra poco probabile che venga dalla penna paolina, anche se questo non toglie che rappresenti una testimonianza preziosa e affascinante della prima comunità cristiana, chiunque l’abbia scritta.
Ma c’è anche un’altra ragione, molto più ipotetica, che ne fa una lettera particolare: si tratta quasi solo di una curiosità, ma che ci fa buttare uno sguardo sul mondo dei primi cristiani. Alla fine della lettera, nei saluti, si dice infatti: «Quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che venga letta anche nella Chiesa dei Laodicesi e anche voi leggete quella inviata ai Laodicesi». Laodicèa e Colossi erano due grandi città poste a circa venti chilometri l’una dall’altra nella popolatissima valle del Lico, nell’attuale Turchia sudoccidentale. Entrambe con una importante comunità ebraica, in entrambe il cristianesimo si diffonde molto presto e con comunità probabilmente abbastanza numerose. Che le due comunità si scambiassero informazioni e testi suona assolutamente normale. Ma allora, chiunque abbia scritto la lettera ai Colossesi, perché non abbiamo anche quella ai Laodicesi? Che fossero due lettere diverse, è chiaro dal fatto che l’autore di una dice di leggere anche l’altra.
Nel 60 d.C. la zona viene colpita da un terremoto violentissimo, che spinge diverse comunità dell’area a chiedere l’aiuto imperiale per riprendersi. I laodicesi si vanteranno invece di essere riusciti a ricostruire la città da soli, senza aiuti. Colossi è però colpita più duramente, tanto da iniziare già in quel tempo una decadenza inarrestabile. C’è chi ha ipotizzato che la differente sorte delle due città non stesse nella maggiore operosità dei laodicei, ma dall’aver subito danni molto più contenuti. Colossi, invece, ne uscì in gran parte distrutta, con la quasi inevitabile conseguente distruzione anche di molto di ciò che conteneva. Forse persino la lettera… ai Laodicei, che magari era conservata lì mentre la loro era conservata a Laodicea. Lo scambio avrebbe fatto sì che a noi sia arrivata quella non inviata lì.
Di che cosa si parla
La lettera ai Colossesi mette in guardia da una certa “filosofia” che sarebbe dannosa per la fede cristiana, di cui comunque ricostruiamo abbastanza poco. Dentro a quell’attenzione, si muove anche un discorso sul nucleo della fede cristiana, che si incentra su un Cristo colto in termini molto solenni ed astratti: raramente, infatti, viene chiamato “Gesù”, e quando accade è accompagnato dal titolo “Signore” o “Cristo”, mentre quest’ultimo appellativo si trova invece molto spesso. Del Cristo, fulcro di ogni riflessione, anche di quelle più morali che si trovano nella seconda parte della lettera, si dice che rappacifichi l’umanità con Dio.
Questa riconciliazione, però, è intesa in termini non tanto di uscita da una condizione di tensione, di peccato, quanto più in termini filosofici, un po’ come nella lettera agli Efesini: Dio è colui che riconduce a unità la vita umana, consentendo di percepire unificata la propria esistenza al suo interno e con coloro che si ha intorno, a partire dalla chiesa.
Tutto ciò viene raggiunto iniziando con i consueti saluti, con i ringraziamenti per la fede che i colossesi mantengono solida e poi con un inno, ordine iniziale che troviamo anche in altre lettere paoline. È possibile che l’autore dello scritto abbia incontrato questo inno in qualche comunità e l’abbia inserito, il che ne farebbe una delle più antiche preghiere liturgiche che ci sono giunte dalle prime comunità cristiane.

Unità della creazione (Col 1,15-17)
L’impressione è che l’inno sia stato inserito un po’ a forza nel discorso, forse tagliandone l’inizio (che poteva avere semplicemente il nome di Gesù Cristo). Quindi si entra direttamente nel tema: Gesù come immagine dell’invisibile. La parola utilizzata, “icona”, diventa popolare nella tradizione cristiana esattamente in quel senso, come ciò che fa vedere ciò che non si potrebbe altrimenti intuire. Per questo l’icona diventa sacra, non in sé ma per ciò a cui rimanda.
Nel caso di Gesù, evidentemente, il discorso è più complesso, perché la sua dignità divina non è in discussione e infatti verrà immediatamente ripresa, ma intanto il senso della sua missione è messo immediatamente all’inizio. Quel Dio che non potevamo vedere, Gesù ce lo ha mostrato.
Nello stesso tempo, però, Gesù si presenta anche “dal lato della creazione”, «primogenito di ogni creazione», non perché sia stato il primo ad essere creato, ma perché, si precisa subito, tutto è stato creato «tramite lui e verso di lui» (v. 16).
Si cerca, in poche poetiche parole, di esprimere qualcosa di complesso. Di Gesù si dice il suo essere divino, perché si precisa che non viene creato, ma che ciò che è creato passa attraverso di lui. Nello stesso tempo, però, si dice che Gesù non si trova solo dal lato divino, non è solo colui che dà origine al tutto, ma è profondamente connaturato con la creazione. Ciò che è stato creato, infatti, passa attraverso di lui e tende a lui.
Che cosa ciò significhi non è spiegato qui, ma possiamo ricavarlo da altri scritti cristiani e dal cuore stesso della fede. Gesù è il criterio tramite cui tutto è stato creato, quello che il vangelo chiamerà il logos (Gv 1,1.14), del quale si giustamente dire che per questo è «via, verità e vita» (Gv 14,6). Se così è, la creazione non gli è estranea, e quello che vediamo nella vita di Gesù è ciò che fa autenticamente vivere ogni vivente. Ma per questo, quindi, una vita vissuta bene tenderà a imitare il modo di vivere di Gesù, che diventa quindi colui “verso cui” si muove ciò che è creato.
Benché il discorso sia filosofico, al suo interno si muove ogni nostra domanda esistenziale, ossia cogliere con che criterio siamo formati e quindi verso dove ci stiamo muovendo o dovremmo muoverci. Anzi, non solo le domande esistenziali nostre, ma addirittura di tutta la creazione, anche quella che non riesce ad esprimerle in modo esplicito.
Per questo si può dire non solo che sia «prima di tutte le cose», ma anche che tutto “è stato posto in piedi” in lui, sta solido e autentico nel suo modo di vivere (v. 17).
Gesù, insomma, si pone come criterio di composizione di ogni essere vivente e quindi come colui verso cui guarda tutto, che lo sappia o no. È il principio di unità che i filosofi greci si erano tanto impegnati a indagare e che in fondo continuiamo a cercare anche noi.
Principio di unità (vv. 18-20)
L’inno passa quindi ad applicare questa intuizione alla comunità costituita da coloro per cui scrive, ossia la chiesa. Gesù viene definito “capo del corpo, della Chiesa”. È un’immagine che aveva già in parte utilizzato Paolo, ma che viene declinata in modo più filosofico, sia pure con la stessa precisione: il principio di unità della chiesa non è un’organizzazione, non è il papato, non è una dottrina o una morale, ma è Gesù stesso, il suo modo di vivere, la sua esistenza.
E lo può essere perché, come è stato primogenito della creazione, è anche primogenito dei risorti da morte, apripista per il destino di ogni essere vivente e quindi, ovviamente, anche e soprattutto di coloro che hanno creduto alla promessa di vita offerta da Gesù, ossia dei cristiani. Ma l’attenzione divina, chiaramente, non si ferma ai fedeli, si allarga invece a tutti i viventi, e neppure solo agli esseri umani, ma a “tutte le cose”, di cui si offre anche un elenco solo esemplificativo di enti che si immaginava fossero superiori agli esseri umani ma che, pure, sono inseriti nella signoria di Gesù.
È infatti stata decisione di Dio che stia in Gesù la “pienezza”. Era una parola molto significativa per alcuni filoni filosofici, anche se possiamo comprenderla perfettamente anche noi. Non è soltanto il completamento di un disegno, né solo dell’armonia con Dio e con la nostra vita, né l’appagamento dei desideri. È un “tutto bene”, è quello che un salmista ebraico, meno filosofo ma più poeta, aveva espresso con l’immagine di un neonato a pancia piena in braccio a sua mamma (Sal 131,2). È l’espressione di un’umanità che ha trovato finalmente risposta e pace. Tutto ciò, afferma l’autore dell’inno di Colossesi, sta in Gesù, tanto che tutto ciò che esiste è in armonia e pace e relazione.
Quasi come un’appendice casuale, l’autore riesce tuttavia a dire che tutto ciò Gesù non lo ha compiuto con un’operazione mistica o astratta, ma con il «sangue della sua croce», con la concretezza di una vita autentica che si è messa davvero a disposizione degli altri, pronta a pagare in prima persona.
In poche righe, questo inno mette insieme divino e umano, fatica e compimento, mistica e concretezza.
Angelo Fracchia



