Suore Missionarie della Hermanas Misioneras de la Irmãs Missionárias da
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Un tempo per... allevare campioni

Il vento soffia senza trovare ostacoli sulla steppa di Sergelen Sum, nella provincia di Töv. E’ il segnale che siamo in primavera, hanno cominciato le prime piogge e spunta il verde chiaro mentre le giornate si allungano. Seguendo una strada sterrata, a pochi kilomentri della ruta, si trova una ger, il tradizionale accampamento nomade, circondato da pecore, mucche e cavalli che pascolando tranquillamente.

Qui vive Nergui con sua moglie Dulamdorj e i loro quattro figli. È un uomo riservato, forgiato dalla solitudine dei lunghi inverni, con lo sguardo di chi ha trascorso tutta la vita all’aperto. Mentre ci accoglie nella sua tenda con le primizie del primo latte, ci racconta la sua storia con la semplicità di chi non sente il bisogno di abbellire nulla.

«Ci siamo sposati nel 2001», dice. «Oggi siamo una famiglia di sei persone.»

I figli stanno crescendo. Il maggiore ha ventidue anni ed è sempre in giro sul cavallo, la figlia diciannovenne ha iniziato l’università e sta studiando veterinaria, il terzo figlio sedicenne lavora già in proprio e il più piccolo, che ha cinque anni, inizierà la scuola elementare il prossimo anno.

Gli chiedo come sarebbe una tipica loro giornata in mezzo a questa terra che sembra infinita. «Siamo occupati dalla mattina presto fino a sera», racconta.

«C’è sempre qualcosa da fare. Portare le pecore da una parte, le mucche e i vitelli dall’altra. In questo periodo è ancora un po’ più tranquillo, ma quando iniziamo a mungere le cavalle il lavoro diventa intenso, perché bisogna farlo ogni due ore.» Ci sono tante cose da fare, ma il ritmo è sempre scandito dagli animali.

Le stagioni cambiano il tipo di lavoro, ma questo è sempre tanto. Nella primavera si tosano le pecore, si raccoglie il cachemire dalle capre, si assistono gli animali durante i parti. Nell’estate si portano i greggi al pascolo, si munge e si fanno lo yogurt, formaggi e si prepara «l’ariga», bevanda tradizionale fatta con il latte fermentato.

Nell’autunno si lasciano ingrassare gli animali, si raccoglie il fieno, si vende o si compra bestiame. Nell’inverno si portano i greggi in luoghi protetti, si da speciale cura ai giovani e quelli che sono deboli e si preparano per le nascite in primavera. E, aggiunge sorridendo, «c’è sempre qualche imprevisto». 

Quando gli chiedo quale sia la parte più bella di questa vita, la risposta arriva senza esitazione.

«Mi piace vedere gli animali crescere, bere un buon yogurt e fare festa dopo le corse.»

È una frase semplice, ma racchiude il legame profondo che unisce tanti pastori mongoli alla steppa. Per loro non si tratta soltanto di un mestiere, ma di un modo di vivere che si impara fin dall’infanzia.

Tra tutti gli animali, però, sono i cavalli a occupare un posto speciale.

Le gher, tipiche case/tenda mongole

«Addestrarli è una delle cose che mi dà più soddisfazione», racconta accarezzando uno degli animali. «Vedere correre bene un cavallo che hai allevato e preparato con le tue mani è una gioia. Tutta la famiglia partecipa. Grandi e piccoli condividono l’emozione delle corse.»

Le corse dei cavalli sono molto più di uno sport. In Mongolia rappresentano una tradizione antichissima, parte dell’identità nazionale. I bambini imparano a cavalcare quasi appena camminano. «Cominciano intorno ai cinque anni», spiega Nergui.

«Poi, per legge, possono partecipare alle gare dagli otto anni.» Il figlio più piccolo di Nergui ha cominciato a imparare a cavalcare quest’anno. Nel suo compleanno ha ricevuto una sella e adesso che ha finito la scuola fa pratica tutti i giorni insieme al fratello maggiore.

Il bambino impara presto a cavalcare

Anche la preparazione dei cavalli richiede pazienza.

«Li alleniamo praticamente per tutto l’anno, da novembre fino ad agosto. L’inverno è importante: bisogna nutrirli bene perché arrivino forti alla stagione delle corse».

Alla domanda su quale sia il segreto di un buon cavallo da corsa, sorride appena.

«Prima di tutto deve essere veloce.»

Dietro quella risposta essenziale si intuisce il lavoro silenzioso di mesi, fatto di cura, osservazione ed esperienza.

Nel accampamento c’è una gher speciale dove la famiglia espone tutte le medaglie guadagnate dai loro cavalli e le selle dei campioni. Gli chiedo quale è stata la carriera più memorabile.

«Era il 2015. Allenavo un cavallo di quattro anni. Arrivò secondo nella gara del nostro soum, terzo nella competizione della provincia di Töv e poi vinse il Khüree Danshig Naadam. È stato un anno davvero speciale.»

Nella famiglia di Nergui alcune tradizioni continuano a essere tramandate di generazione in generazione. Una di queste è il tamga, il marchio con cui vengono identificati i cavalli della famiglia. Il suo è la lettera KHA del alfabeto tradizionale della scrittura mongola che significa «ferro».

Molte cose, però, sono cambiate rispetto al tempo dei suoi nonni.

«Oggi abbiamo macchinari, tecnologia e molte più informazioni. Tante cose sono diventate più semplici.»

Eppure, nonostante i cambiamenti, loro sentono orgoglio nel continuare con la tradizione. I figli giovani seguono il greggi a cavallo, a casa si mangiano i cibi tradizionali, la figlia, pur studiando all’università a scelto una carriera che la connette con l’eredità familiare.

Nella parte nord della ger, dove di solito si mettono gli oggetti più pregiati, sono collocati tutte le loro medaglie. Ma Nergui, che allena cavalli da quando aveva quindici anni, non tiene il conto preciso dei trofei. Ricorda di aver conquistato cinque primi posti e sei secondi posti, ma ha oltre 30 medaglie.

Le medaglie vinte dai cavalli campioni di Nergui

Quando gli domando se, dopo tanti anni, rifarebbe la stessa scelta, non ha bisogno di pensarci.

«Sono contento della vita che faccio. Una delle cose più belle è che grazie ai cavalli ho conosciuto tante persone e ho stretto molte amicizie.»

Prima di salutarci gli chiedo cosa gli dia forza e speranza nei tempi difficili.

Non parla di ricchezza né di successo.

«Mi da speranza sentire la pioggia perché vuol dire che ci saranno pascoli, gli animali vivranno e avremo lo yogurt e faremo festa.»

Già il pomeriggio sta per finire e il figlio più piccolo viene a ricordarci che è già ora di allenare. Nergui si alza e tutti lo seguiamo. Si preparano i cavalli, li si monta… piccoli passi, anticipo di una grande corsa che un giorno arriverà.

Una bella ed entusiasmante abitudine tinta di tradizione e novità. Guardando i figli cavalcare i cavalli, Nergui lascia intravedere un aria di contentezza. E anche se capitasse che non vincessero la corsa, son già tutti campioni.

Suor Sandra Garay, mc

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