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La voce scomoda di Amos

Nella Bibbia troviamo tanti libri. Alcuni sono poderosi, per dimensioni e per contenuti, e li conosciamo meglio o riusciamo ad averne un’idea più precisa. Altri sono più piccoli, più confusi, magari scritti in poesia, ambientati in mondi che conosciamo poco, e ci sfuggono di più. Eppure, anche al loro interno troviamo a volte dei gioielli splendidi anche perché a volte inattesi.

Un pastore del sud

Possiamo ad esempio pensare al profeta Amos. È inserito tra quelli che definiamo “profeti minori”, e di cui spesso non sappiamo quasi niente. Questo anche perché un profeta andrebbe situato nel suo contesto storico, ma le notizie su di loro non di rado sono poche, frammentarie, non facili da capire, addirittura ricavate per deduzione da testi poetici già difficili da comprendere e spesso tanto pieni di minacce da respingerci.

Qualcosa possiamo però ricostruire: nel suo libro, ad esempio, si dice che il profeta Amos fosse contemporaneo del re Geroboamo e profetizzasse nel santuario di Betel. Ossia, non a Gerusalemme, ma nel nord, nello stato più ricco, meglio inserito nelle dinamiche internazionali, più popolato, più solido e conosciuto anche all’estero. Ci troviamo intorno alla metà dell’viii secolo a.C., il tempo di maggiore prosperità di quel regno. Certo, come sempre in politica questo significa anche che scendeva spesso a patti con la morale, e contro questo si scaglia con severità Amos, che pure non è originario di quella regione.

C’è infatti un sacerdote regio che gli intima di smetterla di prevedere un futuro di punizione per il re e lo invita a tornare nel paese di Giuda, nel sud, da dove probabilmente Amos veniva (Am 7,12-13). La risposta del profeta è pesantissima: «Non ero profeta né figlio di profeti, ero un pastore che raccoglieva sicomori» (da dare in pasto agli animali), “per cui se vengo a predicare qui non è per mestiere, ma perché il Signore mi ha parlato e mi ha mandato”. Osea rivendica il fatto che non fa quello che fa per ruolo o per abitudine, ma perché è stato inviato ad adempiere un compito, e che è preferibile ubbidire a Dio piuttosto che ai suoi presunti rappresentanti terreni.

Questa ambientazione per noi è preziosa. Sappiamo infatti che anche la religione ebraica, come tutte, è cresciuta nel tempo, si è approfondita, e possiamo ritenere che quello che è diventato chiaro nei secoli non fosse magari del tutto evidente agli inizi. Potremmo accettare con una relativa facilità, ad esempio, l’immagine di un Dio d’Israele severo e duro condottiero militare che poi, lungo il tempo, viene sempre meglio conosciuto e scoperto come un Dio misericordioso e buono verso gli altri… Potremmo quindi venire a patti abbastanza facilmente con un Dio più severo negli autori più antichi, che ci potremmo attendere essere più superficiali e meno raffinati.

Ebbene, tra i personaggi biblici più serenamente databili, Amos è uno dei più antichi. Eppure ci stupisce con diverse sorprese, tra cui una era sinceramente imprevedibile.

Il nostro Dio che parla

Nell’ultimo capitolo del suo libro, il profeta Amos immagina Dio che parla direttamente al suo popolo, minacciandolo e castigandolo ma anche promettendogli salvezza.

In particolare, la lamentela divina va verso coloro che ritengono di essere già “a posto” perché salvati dall’intervento divino già garantito e storicamente dato. Stiamo parlando dell’elezione del popolo da Abramo a Giacobbe ai discendenti, della salvezza dall’Egitto tramite Mosè, del dono della legge, della presenza di sacerdoti e del tempio. C’è chi ritiene che, avendo quelle cose, si sia già sistemati, garantiti, da un “Dio con noi” che ci tratterà meglio di tutti gli altri qualsiasi cosa facciamo, perché è “dei nostri”. In tutta la Bibbia, fino a Gesù compreso, ce la si prende abbastanza duramente con immagini simili di Dio. Ebbene, anche Amos condivide lo stesso atteggiamento, benché noi potremmo anche pensare che la tradizione biblica non fosse ai suoi tempi pienamente impostata e strutturata.  

Ma a questo punto, e prima di promettere che comunque Dio interverrà ancora a salvare il suo popolo, il profeta ci spiazza.

«Non siete voi per me come gli Etiopi, figli d’Israele? Oracolo del Signore. Non sono io che ho fatto uscire Israele dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftor e gli Aramei da Kir?» (Am 9,7).

Già affermare che gli ebrei contino davanti a Dio come gli etiopi, popolazione che era pensata agli estremi confini della terra, tanto lontani da essere praticamente mitologici, era un’affermazione pesante.

Ma ciò che segue è anche peggio. I filistei erano stati il grande nemico di Israele ai suoi inizi: Saul era morto in battaglia davanti a loro, Davide aveva faticato a batterli e per un po’ di tempo li aveva anche serviti. Si diceva che in effetti i filistei non fossero originari della zona ma venissero da Caftor, ossia probabilmente da Creta. In tempi moderni si è pensato di risolvere l’enigma della loro origine pensando che facessero parte di quei “popoli del mare”, forse indoeuropei, che in pochi mesi avevano seminato il panico e distrutto imperi a metà del xviii secolo a.C. lungo tutte le coste del Mediterraneo orientale.

In quanto agli aramei, erano una delle ultime popolazioni semite rimaste sostanzialmente nomadi, trattati da pezzenti emarginati, pericolosi ma instabili, inaffidabili e sfuggenti. Erano i “cugini scomodi” di tutto il mondo semita, quelli che di fatto non erano riusciti a insediarsi in una regione e a costituire uno stato. Che venissero da Kir lo si dice qui e in passi che dipendono da questo, non abbiamo altre informazioni significative in merito, e non è neanche chiaro di preciso dove fosse Kir (da qualche parte in Mesopotamia, comunque).

Il punto è che nelle parole del profeta Dio rivendica di essersi preso cura di questi popoli nemici e fastidiosi esattamente come nell’esodo di Israele dall’Egitto, di averli costituiti come popoli, di averli salvati. E lo dice di due popolazioni che stavano già scomparendo, se non erano già state completamente assimilate. Gli ebrei si trovano destituiti dall’essere il “popolo unico di Dio, sua eredità per sempre” e accomunati a popolazioni odiate, di cui si viene a sapere che Dio si occupa esattamente allo stesso modo.

Quasi agli inizi della letteratura biblica, si afferma che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe si occupa anche con la stessa cura di altre genti, anche di dinastie antipatiche e avversarie, e lo dice anche con rancore ma mentre sta per promettere che non si dimenticherà di Israele e tornerà a riedificare la capanna di Davide che è caduta (Am 9,11). È già un Dio che si propone come Signore di tutti, che ha la mente rivolta all’umanità tutta, pur senza rimangiarsi mai le promesse di vicinanza.

Angelo Fracchia

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