La figura di Maria, madre di Gesù e madre dei credenti accompagna l’umanità nel suo pellegrinaggio attraverso la storia. In questo cammino i santuari a Lei dedicati diventano delle “soglie”, dei luoghi di passaggio, dove l’ordinario si apre allo straordinario, dove la fatica quotidiana incontra la consolazione e il dolore cerca un senso che lo riscatti. Prima ancora che qualcuno parli di Dio o della Madonna, l’edificio del santuario si offre come linguaggio simbolico, come testo da decifrare. Chi vi entra può sperimentare qualcosa che va oltre la dimensione quotidiana. Così è, anche per coloro che a Torino varcano la soglia del santuario di Maria Consolatrice, meglio noto come: “la Consolata”.
Il santuario della Consolata ha una storia antichissima. Infatti, come ancor oggi si può vedere, dal lato a ridosso della via omonima, la basilica sorge sui resti di una delle torri angolari della cinta muraria dell’antica Augusta Taurinorum (Torino, fondata dai Romani il 9 a.C.).
Nel V secolo il protovescovo S. Massimo fece erigere, probabilmente sui resti di un precedente tempio pagano, una piccola chiesa in onore di sant’Andrea, con una cappella dedicata alla Vergine, dove venne posta un’icona della Madonna portata in Piemonte dal Vescovo di Vercelli Eusebio e donata a S. Massimo, con lo scopo di rafforzare il culto della Vergine Maria.
Il santuario è legato a due episodi molto importanti che vengono raccontati in due testi appartenenti rispettivamente all’XI e al XIII secolo: il Chronicon Novalicense e la “Cronaca di Fruttuaria”.
NelChronicon Novalicensesi narra dei monaci benedettini fuggiti dall’abbazia della Novalesa nel 906, a causa delle incursioni saracene, s’insediarono nei pressi dell’allora chiesa di Sant’Andrea a Torino.
Nella Cronaca di Fruttuaria invece, è contenuta la vicenda legata alla visione di re Arduino il quale nel 1016, in sogno, avrebbe avuto una visione nella quale la Vergine Maria gli ordinava di far costruire tre cappelle in suo onore, una di queste a Torino, vicino alla chiesa di Sant’Andrea e di dedicarla a S. Maria della Consolazione.
Il ritrovamento dell’icona
Secondo la tradizione, l’immagine della Madonna collocata nella cappella, a causa di incursioni e saccheggi era andata perduta. Venne ritrovata da un giovane cieco, proveniente da Briançon, che sosteneva di avere ricevuto, prima in sogno, e poi con una miracolosa apparizione della Madonna, precise indicazioni riguardo al recupero dell’immagine sacra e con la promessa che avrebbe riacquistato la vista.
Il giovane pellegrino si mise in viaggio e, dopo aver superato Susa e Rivoli, giunse a Torino, nella borgata di Pozzo Strada e lì, per pochi istanti, riacquistò la vista e vide in lontananza il campanile della chiesa di Sant’Andrea e vi s’incamminò. Raggiunta la chiesa si inginocchiò e iniziò a pregare.
Avvisato di ciò che stava accadendo arrivò anche il Vescovo Mainardo, il quale, dopo avere ascoltato il racconto del giovane si unì alla sua preghiera. Parecchie persone si misero a scavare nel luogo indicato: l’icona della Vergine Maria riaffiorò e il cieco riacquistò definitivamente la vista. Era il 20 giugno 1104. Da allora, la devozione alla Consolata non ha conosciuto interruzioni.
La trasformazione architettonica di inizio XX secolo
La trasformazione architettonica del santuario, così come appare oggi, è frutto dei lavori eseguiti lungo i secoli. L’ultimo fu realizzato, nel 1904 da Carlo Ceppi, su commissione di San Giuseppe Allamano, Rettore del santuario, nonché fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, il quale fece aggiungere quattro cappelle laterali e due coretti ai lati del presbiterio.
Concludendo il suo libro, dedicato all’Allamano e al santuario della Consolata, p. Tubaldo sottolinea:
“Il santuario della Consolata non ha molte aperture; non ha neppure vetrate luminose e spaziose. È intimo e raccolto. Sembra quasi racchiuso su se stesso. L’Allamano l’ha reso trasparente, come fosse fatto di soli vetri, permettendo a chi vi entra di spaziare in orizzonti più ampi e lontani… gli orizzonti veri della Chiesa”.
Varcare la soglia del santuario della Consolata per i missionari e le missionarie, che portano il suo nome, è tornare a casa e aprire il cuore alla Madre che accoglie, ascolta, consola, ridesta la speranza.
Una Madre che dopo averci guardato con tenerezza e premura ci invita a camminare e farci compagni/e di viaggio con chi cerca di dar un senso ai suoi giorni, di chi s’impegna perché sorga l’alba della pace, di chi spera conforto nel dolore, di chi attende che qualcuno colmi la sua solitudine… Con Maria, S. Giuseppe Allamano, nostro Padre e Fondatore continua a ricordarci:
“Il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere…: presenze di consolazione!