Elia e il proprio limite

Quando c’è da riassumere l’esperienza del Primo Testamento, spesso si parla di «Mosè ed Elia» (e sono loro due a comparire insieme a Gesù nella sua trasfigurazione: Mc 9,4-5). Se Mosè è infatti il grande legislatore, colui che ha preso il popolo ebraico e, sfidando il faraone, lo ha condotto fino sotto il Sinai e poi all’ingresso nella terra promessa, Elia è il campione dei profeti, il modello, il capostipite, protagonista di grandi sfide ma anche chiamato a chiudere la sua vita terrena con un passaggio particolarmente intimo e delicato.

Il grande profeta

Elia vive, nella regione del nord d’Israele, in un tempo in cui quell’area era organizzata in un regno relativamente ricco e importante, con tanti collegamenti commerciali e politici con gli stati circostanti e anche con forti condizionamenti religiosi.

Un po’ in tutta l’area, infatti, a partire dalla ricchissima regione fenicia, era diffusa una religione strutturata intorno a una divinità (detta genericamente “baal”, “signore”) che con il suo sacrificio commuoveva il dio supremo che faceva piovere e nevicare così da garantire il germogliare dell’erba nuova tramite la quale il baal sarebbe tornato nel mondo. Si riteneva che la successione delle stagioni e la fertilità di terra e animali fosse garantita dal baal, che veniva venerato con riti anche orgiastici, comprendenti di certo incisioni sanguinose e flagellazioni, oltre che, probabilmente, forme di prostituzione sacra.

Questa forma di religione, di grande impatto, era anche “di moda” nel ix secolo a.C. in Israele, nonché tradizionale per la popolazione cananea, che al nord era ancora ampiamente presente, e appoggiata dai sovrani, perché era la religione delle città fenicie, ricche e influenti. In più, al tempo di Elia il regno nel quale egli vive ha sancito nel matrimonio del re con la figlia del re di Tiro la propria alleanza con quella grande potenza marittima e dominatrice della regione. La stessa principessa, Gezabele, che si sarebbe poi mostrata una regina decisa e spietata.

Elia, da parte sua, vive la propria missione con altrettanta foga: sfida la religione della regina dapprima annunciando una carestia destinata a durare ben tre anni (in faccia a chi pensava di garantirsi le piogge con il culto al baal) e poi sfida i 450 sacerdoti di quell’altro signore a un sacrificio: ognuno prepari il proprio altare, ma ci pensi poi il dio “vero” ad accenderlo. E mentre gli altri si affannano per tutta la mattina, a mezzogiorno Elia, dopo aver inzuppato di acqua il proprio altare, invoca la presenza divina e la sua pira si accende (1 Re 18,19-39).

La crisi

Proprio però quando uno sceneggiatore cinematografico contemporaneo si fermerebbe, al trionfo dell’eroe, che peraltro provvede a giustiziare tutti i sacerdoti della divinità concorrente (1 Re 18,40), la storia ci mette di fronte a un Elia che va in crisi, si spaventa all’idea (fondata: 1 Re 19,1) dell’ira e della vendetta della regina, e fugge verso sud, fino alla città di Bersabea di Giuda, ossia nel regno a sud di Samaria, e anzi al suo confine meridionale. Da lì si inoltra nel deserto per un giorno di cammino e si dispone ad aspettare la morte (v. 4).

Possiamo certo chiederci se sia davvero solo paura, quella di Elia. Dopo non aver esitato a sfidare il proprio re, la regina straniera abituata a farsi ubbidire, la folla di sacerdoti suoi nemici, ora teme una pur verosimile minaccia di morte al punto da procurarsela da sé? Alla luce di quanto segue, potremmo immaginare che il profeta si sia forse posto domande più profonde sul senso e sulla modalità della propria missione. Possiamo sognare che si sia interrogato se fosse necessario sfidare ed uccidere, se quella fosse la modalità voluta da Dio di difendere la sua gloria e il suo nome.

In ogni caso, Elia viene soccorso da un angelo, che gli offre da mangiare e poi lo invita a proseguire verso sud, per «quaranta giorni e quaranta notti, fino al monte di Dio, l’Oreb» (1 Re 19,8). Il numero dei giorni (e delle notti!) di cammino non può che essere simbolico, richiamando i quaranta anni passati nel deserto dal popolo guidato da Mosè. E il monte è di certo il luogo in cui incontrare il Signore, nell’austerità e nel fascino di una natura senza vegetazione, dove solo gli elementi naturali possono parlare e anche l’ascolto umano si fa più fine e attento.

È qui che Elia sente la voce divina: «Che cosa fai qui, Elia?». Era forse la domanda che si era già fatta lui, che lo tormentava, ma risponde ancora come da copione, con solidità e decisione: «Ardo di passione per il mio Dio, ma sono rimasto solo e cercano di uccidermi» (vv. 9-10). È a questo punto che viene annunciata la risposta divina: «Esci e férmati alla presenza del Signore» (v. 11). Dio stava per parlargli. Quale sarebbe stata la risposta all’invocazione del profeta?

Elia nel deserto confortato da un angelo - Deputacion Provincial de Zaragoza

La sorpresa

Mentre Elia attende, si alza un vento impetuoso, tanto da spaccare le rocce. Un fenomeno violento come l’azione precedente del profeta. Il quale, però, comprende che quello non è Dio.

Poi si scatena il terremoto, dirompente come le sfide che Elia aveva già vinto… ma neppure lì trova il Signore.

Quindi, ancora, un fuoco divorante. Ma Dio non è neppure lì.

Gli elementi più dirompenti e forti della natura si scatenano intorno a Elia, che però coglie che non rappresentano Dio. Dobbiamo pensare che occorra attendere qualcosa di ancora più forte, ancora più annichilente?

«Dopo il fuoco, una voce di silenzio leggero» (1 Re 19,12). Il Dio che Elia aveva cercato di testimoniare con le eroiche imprese, con le grandi sfide, con una voce di tuono… si fa presente nel silenzio. Anzi, un silenzio addirittura leggero, impercettibile, inudibile. Ma è un silenzio che parla, che è una voce.

Pare di trovarci di fronte all’intuizione di Elia, che il Signore parla, sì, ma non come se avesse un esercito, non con il fuoco e la distruzione, non con la sfida e la vittoria. Bensì con la delicatezza, impercettibile, non coglibile se il profeta non tace e attende. Elia forse capisce che la sua scelta era giusta, ma il modo di portarla avanti forse no.

Di certo, coglie che Dio è lì, e si vela il capo e si pone all’ingresso della tenda. E ascolta di nuovo la domanda divina, che lo chiama di nuovo, affettuosamente, per nome: «Che cosa fai qui, Elia?» (v. 13). E se la risposta ripete esattamente quella precedente, «Ardo di passione per il mio Dio», ci pare di sentirla non più urlata, ma sussurrata con delicatezza.

E la risposta di Dio arriva, ma è quanto mai inattesa.

Fine della missione

Dio infatti invita Elia ad andare a ungere un nuovo re a Damasco, quel Cazael che sarà un tiranno opprimente per Gerusalemme e per Samaria (2 Re 8,28-29; 12,18-20; 13,3.22), e anche un nuovo re in Samaria, Iehu, usurpatore del regno e spietato regnante (2 Re 9-10). E infine anche un nuovo profeta, Eliseo, al posto suo.

Praticamente la risposta divina esautora Elia dal suo incarico. Da una parte gli dice che le questioni della storia saranno gestite e giudicate dalla storia: gli oppressori troveranno chi li opprimerà, a un re ne succederà un altro, non sarà Elia a trasformare le vie della storia, ma semmai altre persone, guidate, senza saperlo, da Dio. Dall’altra parte, in più, gli annuncia che il suo tempo è finito, e un altro prenderà il suo posto. Un altro che, peraltro, si mostrerà globalmente meno profondo, appassionato e coerente di lui.

Pare che Dio inviti Elia semplicemente ad accettare umilmente il proprio limite. Non sarà più lui a guidare la propria missione, né potrà essere lui a cambiare la storia, che procederà invece sui suoi binari, anche spietati ma che non premieranno gli ingiusti.

Elia, dopo aver compiuto le ultime missioni affidategli dal Signore, sparirà lasciando la terra su un carro di fuoco (2 Re 2,11), a ribadire che Dio non lo aveva sconfessato o dimissionato. Il Signore Dio d’Israele non può che aver approvato lo zelo con cui Elia aveva vissuto la propria missione.

Ma, allo stesso tempo, pare che il profeta stesso sia stato convinto da Dio a pensare a un modo diverso con cui il divino avrebbe svelato se stesso, fatto di una presenza tenue, delicata, discreta, la «voce di un silenzio leggero».

Come un padre amorevole, Dio accoglie l’entusiasmo di Elia, e insieme lo corregge, lo riorienta. Ed Elia, da parte sua, sembra lasciarsi mettere in discussione, riorientare, accettare umilmente il proprio limite; per questo, forse, diventa il più grande di tutti i profeti. Non solo per ciò che ha fatto, ma anche per ciò che ha imparato a non fare.

Angelo Fracchia