L’Afghanistan è un Paese che soffre le conseguenze della guerra da più di due decenni. A pagarne le conseguenze sono, soprattutto, le persone più vulnerabili, come i bambini. San Giovanni Paolo II aveva lanciato l’appello: «Salvate i bambini di Kabul» e la vita religiosa ha risposto. In questa meravigliosa storia di carità, incontro e umanità, ha partecipato anche Suor Irene Candida, missionaria della Consolata.
Suor Irene Candida, raccontaci come è nato il progetto Pro Bambini Kabul a cui hai partecipato.
Pro Bambini Kabul (PBK) era un centro diurno per bambini disabili, non gravi, ma con limiti che non permettevano loro di entrare nella scuola pubblica.
Questo centro è stata la risposta a un appello (e profezia) di San Giovanni Paolo II che, da Papa, aveva chiesto: «Salvate i bambini di Kabul», quando iniziò il conflitto tra Afghanistan e Stati Uniti e Paesi alleati.
La vita religiosa femminile ha risposto con una comunità intercongregazionale, dal 2004.
Noi Missionarie della Consolata siamo arrivate nel 2017, dopo un invito dell’Associazione PBK. Allora la Direzione generale ha pensato a me, che in quel tempo vivevo la mia missione negli Stati Uniti.
Come il Carisma ti ha aiutato in questa missione?
Il Carisma è una fonte di vita, fonte di consolazione e di evangelizzazione. In quella società non potevamo esprimere la nostra fede direttamente. Ma Gesù stesso ci indica di annunciare attraverso la testimonianza cristiana, cioè con la nostra vita. Esprimere gioia, perdono, piccolezza.
Fare il bene in silenzio. E fare bene il bene. Questa è la luce che ho vissuto anche con le Sorelle delle altre congregazioni. La stessa comunità intercongregazionale e internazionale era una testimonianza: eravamo di culture, nazionalità, Carismi diversi, ma l’obiettivo era unico: condividere la gioia, la salvezza di Cristo, a questi bambini.
C’è una frase del Fondatore – San Giuseppe Allamano – che più ti ha accompagnata?
«Prima santi, dopo missionari»: quella missione mi ha insegnato a fare un passo indietro, per vivere questo dono della chiamata alla santità. E questa chiamata mi ha riportato al fare il bene senza rumore. L’esprimere non direttamente, senza sperare che la gente battesse le mani.
Il Fondatore invita a servire con umiltà, semplicità, confidando che Dio benedice anche quello che rimane nascosto. È come buttare i semi, lasciare che le opere annuncino più delle parole.
Nella situazione di conflitto che il Paese viveva, il Carisma mi aiutava a essere disponibile a quello che Dio avesse voluto. Guardare questo come il dono, il martirio.
Il nostro Centro non è mai stato attaccato, grazie a Dio, ma alle volte le famiglie non potevano arrivare perché era esplosa una bomba, alcuni avevano perso un padre, una nonna, un famigliare… Questo rompeva il cuore, era un morire. Il rumore di una bomba mi spingeva a stare lì, con loro. Per donare la speranza e la consolazione alla gente.
Cosa ti porti dentro di questa missione?
Il dono della missione in Kabul mi ha dato molta gratitudine per il dono della vita e della chiamata. Gratitudine alla mia Congregazione che mi ha sempre sostenuta, specialmente nella preghiera. Il mio cuore era in pace, anche in un contesto di guerra. È un dono, quello della pace interiore, che mi porto. E oggi io voglio essere questa persona, Missionaria della Consolata, che dona gioia e speranza.





