Suor Irene, degna figlia di San Giuseppe Allamano, aveva colto l’importanza del silenzio, così come il Santo Fondatore lo indicava: che, prima di parlare, è necessario misurare le parole, riflettere prima di parlare e agire con prudenza, poiché il silenzio sa essere più eloquente di qualsiasi discorso. Nella Beata Irene il silenzio era carità, pazienza, umiltà.
Papa Francesco insisteva sull’importanza di usare le parole in modo giusto e richiamava la necessità di coltivare spazi di silenzio, affinché possa emergere la voce dello Spirito Santo che abita in noi. Spesso, infatti, la nostra mente è occupata da preoccupazioni, tentazioni e desideri; se non impariamo a custodire il valore del silenzio, anche il nostro modo di parlare rischia di ammalarsi, perdendo autenticità, equilibrio e capacità di comunicare il bene.
«Le parole possono essere baci, carezze, farmaci, oppure coltelli, spade, proiettili. Con la parola possiamo bene-dire o male-dire, le parole possono essere muri chiusi o finestre aperte», con queste parole Papa Francesco ci ricorda che quando perdiamo il senso del silenzio, la nostra comunicazione perde la sua capacità di generare vita. Le parole, anziché edificare, possono ferire, dividere e mortificare la dignità dell’altro.
Per questo il Papa afferma che non sparlare degli altri è un gesto di profondo rispetto, perché in ogni persona risplende l’immagine di Dio. Riscoprire il silenzio quotidiano significa creare uno spazio interiore in cui lasciare che lo Spirito ci rigeneri, ci consola e ci guidi.
Lo stesso pensiero era espresso da san Giuseppe Allamano, il quale affermava:
«Ogni parola detta senza necessità, utilità o convenienza è oziosa. Quando si trasgredisce il silenzio, generalmente il nostro discorso non è di edificazione, ma manca ora verso la carità, ora verso la prudenza, ora verso la pietà»
(San Giuseppe Allamano, 1914).
L’Allamano prosegue sottolineando che il silenzio va osservato quando è opportuno e che, prima di parlare, è necessario misurare le parole, riflettere prima di parlare e agire con prudenza, poiché il silenzio sa essere più eloquente di qualsiasi discorso. A questo proposito richiama l’insegnamento di sant’Ambrogio, che esortava a fare silenzio, a tacere oppure a parlare solo quando si hanno parole migliori del silenzio (San Giuseppe Allamano, 1919).
Questo insegnamento trovò una concreta attuazione nella vita della Beata Irene Stefani. Attraverso un attento ascolto e una profonda interiorizzazione della spiritualità dell’Allamano, ella comprese il valore del silenzio come forza interiore e virtù educativa. Per suor Irene il silenzio non era semplice assenza di parole, ma l’arte di attendere con pazienza il momento opportuno per parlare, agire o tacere, affinché ogni parola e ogni gesto fossero autenticamente ispirati dalla carità e dalla prudenza.
Nel suo impegno pedagogico, sia a scuola che nel catechismo, di fronte agli errori o al rifiuto da parte di alcune persone, suor Irene preferiva rispondere con il silenzio, la pazienza e il sorriso. Anziché ricorrere a rimproveri o a giudizi affrettati, attendeva il momento opportuno per agire con carità, mettendo in pratica l’insegnamento di San Giuseppe Allamano sull’arte di custodire e misurare le parole o fare silenzio quando era necessario.
Ricordando il suo esempio, suor Gian Paola Mina evidenzia come suor Irene custodisse il silenzio senza mai lamentarsi, neppure quando veniva chiamata per motivi futili o per falsi allarmi che la costringevano a lunghi tragitti a piedi.
Con saggio silenzio, temeva che un rimprovero per cose da poco potesse allontanare le persone nei momenti di reale bisogno. Come osservarono gli stessi africani, suor Irene trasformava ogni incontro in un’occasione per offrire, al momento opportuno, una parola di conforto o un pensiero rivolto al Cielo, poiché aveva il cuore pieno di Dio.
Questo suo atteggiamento emerse con forza anche quando, nel suo ruolo di insegnante, un maestro locale cercò di allontanarla fomentando una rivolta tra i giovani studenti contro di lei. Di fronte alle critiche, agli attacchi e all’ostilità dei giovani e del maestro, suor Irene scelse di non rispondere con la durezza o la rivendicazione, ma con il silenzio, la preghiera e l’umiltà. Si ritirava dicendo semplicemente parole come “Deo gratias!”, “correggetemi” o “chiedo perdono”.
Riscoprire oggi la figura di suor Irene significa comprendere l’attualità di un silenzio capace di curare le relazioni ed edificare la comunità. Le sue parole sempre ponderate, traevano efficacia proprio dal lungo e paziente ascolto che le precedeva, trasformandosi ogni volta in un autentico linguaggio d’amore per chi ne aveva più bisogno.
In un tempo spesso dominato dal rumore superfluo e dall’impulsività verbale, l’esempio della Beata Irene ci ricorda che la parola genera vita soltanto quando nasce da un cuore abitato da Dio, allora il silenzio non è più semplice assenza di voce, ma diventa la più alta espressione dell’amore.
A cura della Postulazione
Per saperne di più sulla vita e il messaggio della Beata Irene Stefani, clicca qui





