Suor Irene Stefani, chiamata dalla gente kikuyu Nyaatha, incarnò la forza e dolcezza femminile nella consacrazione missionaria, portando a un sommo grado di donazione l’ideale di San Giuseppe Allamano.
La Fortezza «Morbida» di Nyaatha
Suor Irene dimostra che la vera forza è la capacità di resistere nella dolcezza. Durante la guerra, tra fango, malattie e fatiche massacranti, la sua qualità femminile dominante era la stabilità.
«La sua forza non stava nel gridare o nell’imporsi, ma nel rimanere lì, accanto alla piaga, finché non fosse guarita»
E afferma ancora Padre Giglio Domenico:
«In tutto il territorio, Sr. Irene era conosciutissima, la sua visita era a tutti graditissima, il suo passaggio era apportatore di gioia, la sua parola calda ed affettuosa infondeva luce in quelle menti, metteva rassegnazione, coraggio, speranza in un avvenire migliore. Alla pazienza, carità, zelo per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime, aggiungeva una profonda umiltà, anzi questa fu a mio avviso, la sua virtù predominante. Sr. Irene, dotata di belle qualità di mente e di cuore, si stimava l’ultima di tutte».
Nonostante i tempi (inizi del ‘900), San Giuseppe Allamano spronava le donne a una forza d’animo straordinaria, vedendo in loro una capacità di resistenza unica.
«Voglio delle donne forti, di spirito grande, che non si spaventino delle difficoltà. La missione richiede cuori generosi che sappiano donarsi senza riserve, con quella fortezza che solo l’amore sa dare».
L’Intuizione e l’Empatia – Lo sguardo del cuore
Irene possedeva quella tipica qualità femminile di “sentire” il bisogno prima ancora che venisse espresso. Riusciva a leggere negli occhi dei suoi malati ciò che la lingua (spesso diversa dalla sua) non sapeva dire. La sua “Carezza” era come medicina: Capiva che un malato di peste aveva bisogno di cure mediche, ma ancor più di non sentirsi un reietto. La sua carezza rompeva l’isolamento della malattia.
Una sua Consorella (sr. Secondina Granero) così la ricorda:
«Sapendo uno ammalato, avrebbe nel suo ardente cuore portarsi là per assisterlo, non badando né a pioggia, né a freddo, né giorno né notte, né stanchezza, pur di soccorrerlo in tutto con amore e per giunta non si ricordava più della sete o fame, pur d’aiutarlo e pregare per l’ammalato che si compisse la volontà di Dio a suo riguardo, far pregare da tutti i presenti; ed era desiderata da tutti perché vedevano che se vi era quella cara sorella, le cose andavano bene, sia che guarisse come fosse giunta l’ora della morte. Con la presenza di quell1 anima erano tutti contenti».
Le sue frequenti e, quando poteva, anche prolungate visite a Gesù Sacramentato, il suo ardore nel parlare di Dio nei suoi catechismi agli allievi della scuola, agli ammalati dopo la cura medica loro prestata, ai nativi nei loro villaggi, erano una prova evidente del vivissimo amor di Dio di cui era infiammato il suo cuore.
Irene, la Sposa della Carità, della Santità
Nyaatha, viveva la sua consacrazione come un rapporto d’amore totale. La sua «passione» si rifletteva nel suo modo di trattare ogni povero: come se fosse lo Sposo, Gesù. La sua femminilità era dunque orientata all’Altro, in un dono di sé che non chiedeva nulla in cambio.
Allamano ripeteva che la missione senza santità è solo filantropia vuota. La missionaria doveva essere un “canale” che riceve da Dio per dare agli altri. Ripeteva ai suoi missionari “Prima sante, poi missionarie.” Non voleva donne che corressero a fare mille cose dimenticando la preghiera. La loro forza doveva venire dall’unione con Dio, altrimenti si sarebbero “esaurite” davanti alle fatiche del campo.
“Se non siamo santi non possiamo santificare gli altri”. E Sr. Irene si è fatta santa. Chi l’ha conosciuta Postulante, Novizia, Professa e sul campo dell’apostolato non può fare a meno di ripetere: “Era santa”.
Scriveva Sr. Gabriella Margarino:
«Osservai sempre in Sr. Irene una carità eroica; aveva sempre il piede alzato per servire le altre non badando se era a tavola o a riposo o in lavori di premura o in conversazioni interessanti. Era tutta occhi, tutta mani, tutta piede, tutta cuore, tutta sacrificio per compiacere e servire il prossimo non facendo distinzione di pelle…»
Sr. Hellen Waithera, mc


