Gibuti, piccolo Paese dell’Africa orientale a maggioranza musulmana. Da oltre 20 anni le Missionarie della Consolata condividono la vita con la gente del deserto. In questa intervista Suor Grace Mugambi e Suor Grace Kemunto raccontano il servizio che la comunità svolge a favore delle donne.
Com’è la vita di una donna, in Gibuti?
Gibuti è un Paese musulmano. Culturalmente, la donna deve stare a casa, il suo ruolo è avere bambini, farli crescere, curare la casa e prendere cura del marito. Ma tutto dentro le mura della casa. Quando esce, deve essere accompagnata. La percentuale delle donne analfabete è grande. La vita a Gibuti è molto dura, in generale. E per le donne la vita è molto, molto dura.
Come aiutate concretamente le donne?
Ci sono varie organizzazioni che promuovono l’educazione, e come Chiesa di Gibuti c’è un impegno grande in questo senso. Ma se alle famiglie si propone di far studiare i figli, la possibilità viene data ai ragazzi perché, secondo la mentalità comune, lui sarà capo famiglia, sarà responsabile di una famiglia, quindi è opportuno che sia il figlio maschio a studiare. C’è resistenza a far uscire le ragazze.
Cerchiamo di motivare le ragazze a venire a scuola. Le accompagniamo, dialoghiamo con i genitori affinché diano loro la possibilità di studiare.
I progetti del corso di taglio e cucito e dell’alfabetizzazione nella scuola LEC (Lire, Écrire, Compter: un metodo di alfabetizzazione intensiva ideato ad hoc per la realtà di Gibuti, e applicato in scuole informali) cercano di aiutare le ragazze, che sono spesso discriminate.

Ma le ragazze sentono il desiderio di studiare?
Le ragazze che studiano qui, seguite dalla Sorella incaricata, vanno avanti in generale. Alcune, pure, desistono.
La scuola di cucito offre la possibilità di imparare un lavoro, e così di aiutare e sostenere la famiglia con la confezione di vestiti, con l’acquisto del cibo.
A molte ragazze piace venire alla scuola: ma devono correre per davvero, perché prima devono lavorare a casa, e poi vengono veloci alla scuola per imparare a leggere, scrivere. Poi, tornando a casa, di nuovo hanno tanto, tanto lavoro. Fanno tanti sacrifici, ma vogliono imparare.
Le ragazze che, superata la LEC, entrano nel Collegio, ritornano per raccontare felici che lo studio procede, alle volte sono le prime della classe. Amano studiare e vogliono cambiare la loro vita.
Ci sono ragazze che hanno già finito il collegio, o entrate nel mondo del lavoro?
Ci sono donne che, terminato il corso di talgio e cucito, hanno ricevuto la macchina da cucire, e possono confezionare vestiti, aiutando così le finanze della famiglia.
Dal gruppo delle prime allieve del corso di cucito, sono sorte le insegnanti che adesso seguono le nuove studenti.
Di quelle che hanno frequentato la LEC, alcune sono all’università.
Quelle che sono entrate nel collegio, stanno facendo bene nella scuola formale.
È un buon segno per il futuro, c’è speranza. Sono progetti piccoli, ma ci danno tanta soddisfazione: dà tanta gioia vedere i progressi, dimostrare loro l’amore, vederle consolate.
Suor Grace M., tu lavori all’ospedale: nell’area della sanità, in che condizioni versano le donne?
Chi lavora nell’ospedale e ha studiato, è in genere un uomo, perciò l’assistenza all’ospedale è prevalentemente fatta da uomini.
Se una donna arriva sola all’ospedale, è discriminata. Io cerco di avvicinarmi e ho un occhio di riguardo per le donne. Se arriva una ragazzina adolescente, e deve applicare una puntura, o essere esaminata, molte volte non vuole essere visitata da uomini. Allora mi chiamano, e io le aiuto in quello di cui hanno bisogno.
Suor Grace K:
Lavorando in comunione tra noi Suore, a favore dell’educazione e della salute, mi capita spesso di accompagnare mamme all’ospedale, quando i bambini sono malati, o malnutriti. Le donne soffrono alla ricerca di cibo per i propri bambini, che molte volte non c’è. Nella missione di Ali Sabieh accompagniamo anche ragazzi disabili nella scuola inclusiva “Ecole pour tous”. Come equipe possiamo lavorare anche nella prevenzione: prevenire la malnutrizione, accompagnare le donne incinte durante la gravidanza, sono fattori determinanti per ridurre la disabilità nelle prossime generazioni, e migliorare le condizioni dei bambini disabili. Sentiamo la responsabilità di accompagnare le donne per ridurre il rischio di disabilità nei bambini.
Questa missione è bella, perché sentiamo che portiamo consolazione, siamo una presenza di consolazione per le donne. Anche se non parliamo direttamente del Vangelo, amiamo la gente e testimoniamo l’amore di Dio.
A cura di Suor Stefania Raspo, mc
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