Soltanto Luca e Matteo pensano di iniziare i loro vangeli con l’infanzia di Gesù, narrando non solo due racconti abbastanza diversi tra di loro, ma in qualche modo integrando anche ciò che nei rispettivi scritti è meno presente. Matteo, infatti, è soprattutto interessato al mondo che viene dall’ebraismo, e nei suoi primi due capitoli inserisce le figure dei magi, saggi che vengono da fuori del mondo ebraico. Luca, invece, scrive soprattutto per lettori che non conoscono bene il Primo Testamento e sono affascinati direttamente dalla figura di Gesù. Questo rimando alla scrittura ebraica viene però recuperato all’inizio del vangelo, soprattutto con tre inni poetici molto particolari.
Il primo di questi è messo in bocca a Maria, ed è spesso citato come “Magnificat”.
Preghiera nuova o copiata?
Nel nostro mondo siamo abituati soprattutto a film che possono a volte comprendere al loro interno citazioni di altri film, come una forma di omaggio. È quello che troviamo nel cantico di Maria, che è composto quasi completamente da citazioni del Primo Testamento e che, in particolare, ricorda la preghiera innalzata da Anna in 1 Sam 2,1-10. Era una donna amata dal marito (non è scontato, nel mondo antico) ma senza figli, cosa che in quello stesso mondo era considerata una vergogna e una maledizione. In una festa a Gerusalemme era stata sopraffatta dalla tristezza e si era recata a pregare silenziosamente nel tempio. Il sacerdote lì presente dapprima aveva voluto scacciarla, pensandola ubriaca, poi le aveva augurato di essere esaudita. Così era in effetti accaduto, e la madre aveva voluto offrirlo al tempio, perché servisse i sacerdoti. Nell’affidarlo a loro, aveva pronunciato un inno che esalta il Signore salvatore, pronto a invertire la sorte di chi sta male. In buona parte sono le parole di Maria.
Chi fa così non sta copiando, ma alludendo, nella speranza che chi legge sappia riconoscere le citazioni. Perché l’intenzione è proprio di inserirsi in quel filone, di rimandare al testo antico.
In effetti, Maria si è appena recata dalla cugina Elisabetta, di stirpe sacerdotale, e l’ha trovata incinta, lei che era anziana e senza figli. Il figlio di Anna era diventato uno dei personaggi più importanti della storia ebraica, un sacerdote e profeta che aveva unto re prima Saul e poi Davide. Maria in fondo sta dicendo ad Elisabetta che lei assomiglia ad Anna, quasi a dire che anche suo figlio diventerà altrettanto importante e significativo davanti a Dio.
Ma poi, sulla linea dell’antica Anna e di tanti altri cantici, Maria inizia lodando Dio. Anzi, a lodarlo è «la mia anima», l’aspetto dell’uomo che secondo l’immagine semitica antica diceva soprattutto il rapporto con ciò che ci supera, con il trascendente. Vale a dire che quando l’uomo si eleva al di sopra della propria dimensione giunge a lodare la grandezza del Signore, perché (ed è una sorpresa) Dio ha saputo guardare alla piccolezza. Non alla forza, non alla maestà, non alla sapienza, ma all’umiltà e piccolezza.
E questo sguardo divino è ciò che può rendere “beato” un essere umano, e per sempre. Questo perché il nome dell’Altissimo è «santo» (v. 49). La storia cristiana ha cambiato un po’ il senso di questa parola, che per noi significa quasi “perfetto”. Ma l’idea ebraica di partenza, che è presente anche qui, è di “tenuto da parte”, “riservato”, “diverso dagli altri”. È l’originalità divina a far sì che lui, potente, faccia grandi cose per una umile ragazza, che si ricordi per generazioni della sua benevolenza… È straordinario.
L'inversione delle sorti
E quello che fa il salvatore divino è espressione di questa sua straordinarietà. Compie l’inverso di ciò che succede nella storia: disperde i superbi, abbatte i re, innalza gli umili, arricchisce gli affamati, spoglia i ricchi.
Non si tratta semplicemente di un potentissimo Robin Hood. Al contrario, è l’intervento di colui che è “Signore grande”, che mostra qual è il suo stile, la sua intenzione, il suo progetto. È l’intuizione della legge di Mosè e dei profeti, secondo la quale, al contrario del modo con cui il mondo mesopotamico immaginava gli dèi, pronti a scegliersi il popolo più potente per essere serviti meglio, il creatore dell’universo nota e privilegia invece i più umili e piccoli. Pregare con le parole del Primo Testamento serve anche a questo, a dire che Dio non è cambiato, che quella scelta degli ultimi che già si era vista all’opera con Davide rimane lo stile divino.
E Maria, ragazzina di un paese insignificante della Galilea, testimonia che Dio non cambia.
E lì, in una cittadina della Giudea che non conosciamo, una donna anziana e una ragazza possono vedere che si compie la storia promessa già ai patriarchi, a partire da Abramo. Israele viene soccorso da Dio e sono due donne che lo riconoscono, aiutano a compierlo, lodano l’accaduto.
Per questo i cristiani continuano a celebrare la nascita di un neonato come tanti, perché lo stile del Dio biblico è di prestare attenzione ai più umili, passare da loro, per salvare tutto Israele e l’umanità intera.
Angelo Fracchia



