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Paolo, instancabile viaggiatore del Vangelo

È estate, il sole e il caldo ci fanno desiderare di rifugiarci al mare, in spiaggia o addirittura al largo, qualcuno magari riesce già a bagnarsi, altri fanno forse progetti di vacanza. Si guardano con più gusto (e magari un pizzico di benevola invidia) coloro che già condividono le foto dei propri tuffi o delle uscite in barca. Non siamo gli unici: già nell’antichità c’erano persone che raccontavano per scritto i propri viaggi e che, proprio per questo, ottenevano molta attenzione e riscontro, molta popolarità, perché era bello, pur bloccati nella propria casa, sognare di viaggiare.

Qualcosa del genere possiamo trovarlo anche nel Nuovo Testamento, soprattutto nell’ultima parte degli Atti degli Apostoli, che a prima vista non sembra avere un contenuto “spirituale” ma solo narrarci un lungo viaggio di Paolo.

La fine di una storia?

Gli Atti degli Apostoli raccontano gli inizi della chiesa cristiana, anche se in realtà selezionano molto il proprio contenuto, perché trascurano molte comunità ed avvenimenti ma spiegano come un movimento ebraico è diventato universale e si è diffuso «fino ai confini della terra» (At 1,8). In particolare, dopo la grande apertura ai non ebrei (spiegata al capitolo 15), l’attenzione resta sempre più concentrata soltanto sul grande apostolo “dei gentili”, ossia appunto dei non ebrei. Si sono narrate le vicende di Filippo, di Pietro, di Barnaba, è vero, ma soprattutto di Saulo di Tarso, anche noto come Paolo. Lo si è accompagnato nei suoi viaggi di predicazione del vangelo, nelle sue polemiche, negli scontri anche con il sinedrio, finché, arrestato, non si è appellato a Cesare e viene quindi messo su una nave, sotto il controllo di un centurione, e portato nella capitale. Luca avrebbe semplicemente potuto spiegarci che cosa era poi successo a Roma, ma sceglie una strada diversa, di portarci a spasso per il Mediterraneo insieme all’apostolo. Si trattava di una scelta popolare, che sarebbe piaciuta ai suoi lettori, anche se l’evangelista non perde l’occasione di farne anche motivo di insegnamento ed esortazione religiosa.

Un po’ di contesto

Per apprezzare appieno il racconto di Luca, conviene che richiamiamo che mondo era quello che lui narra. Dovunque i romani giungessero, ampliando il proprio impero, si preoccupavano tra le altre cose di garantire delle comunicazioni efficienti, sia costruendo strade lastricate, che potevano cioè essere percorse anche con il brutto tempo, sia garantendo che i mari restassero liberi e sicuri. Era infatti il mare la via di comunicazione preferita. Le strade lastricate erano ottime per lo spostamento di truppe, per comunicazioni leggere e veloci a cavallo e per movimenti di persone e merci tra le varie città, anche d’inverno. Ma su quelle strade ci si spostava per lo più a piedi o su carri trainati da animali, e si poteva trasportare relativamente poco; oltre tutto, quanto più ci si allontanava da Roma, tanto meno vie si trovavano.

Per questo le vere autostrade del tempo erano i mari. Via mare si trasportavano soprattutto le merci più pesanti o che occupavano più spazio, come ad esempio il preziosissimo grano egizio che dava da mangiare a una capitale come Roma che sfiorava già allora il milione di abitanti. Non esisteva un servizio passeggeri, ma era sempre possibile pagare per essere accolti da altri che facevano la stessa rotta (una nave merci aveva quasi sempre posto sul ponte, e a Roma andavano in molti).

Certo, d’inverno il Mediterraneo diventava pericoloso, poteva essere scosso da burrasche anche improvvise. Per questo di solito da novembre a marzo non si navigava. A meno che, per amore di guadagno, qualcuno provasse ad anticipare la primavera partendo un po’ prima o a ritardare l’inverno partendo a ridosso del freddo. Questo è ciò che prova a fare la nave carica di grano su cui si è imbarcato il centurione che ha in custodia Paolo e alcuni schiavi destinati al mercato della capitale (At 27,6).Ci si rende tuttavia conto presto, poco dopo aver lasciato Creta, che non si riuscirà a procedere sulla rotta stabilita, perché il tempo si guasta. I marinai cercano allora di spostarsi verso un porto più protetto, ma incappano in una burrasca che li trascina al largo per due settimane (At 27,715). La paura più tremenda è quella di incagliarsi nelle Sirti, grandi banchi di sabbia abbastanza superficiali che si trovano vicino alla costa africana tra Cartagine e la Cirenaica (negli attuali golfi di Sidra e di Labes), a giorni di navigazione dalla terra più vicina, e di rimanervi finché le onde non avessero sfasciato la nave.

Un viaggiatore d’eccezione

In tutto il viaggio, Luca presenta un Paolo che si pone come punto di riferimento: prova a orientare le scelte del centurione e del capitano della nave (e a posteriori si può dire che avesse ragione lui), a tenere alto il morale dei marinai, a confortare i compagni di viaggio. Non ci sembri un ritratto inverosimile: Paolo è prigioniero, è vero, ma è un cittadino romano, e questo lo pone in una situazione di privilegio. È poi persona abituata a viaggiare. E si mostra animato da una grande fiducia in Dio che non lo abbandonerà mai e che costituisce già il messaggio di Luca: affidamento al Padre e attenzione umana non si danno in contraddizione, ma collaborano.

Al quattordicesimo giorno di deriva, quando la nave si sta avvicinando a un’isola che peraltro nessuno riconosce, Paolo invita a prendere forza mangiando, scelta non scontata ma preziosa. Le parole utilizzate («prese un pane, rese grazie, lo spezzò» At 27,35) potrebbero quasi ricordarci l’Eucaristia. Magari Paolo l’ha davvero celebrata, o forse no, ma Luca ci strizza l’occhio: il nutrimento di Paolo, il punto di riferimento di chi cerca salvezza resta sempre Gesù. Perché non c’è contrasto tra la salvezza cercata dagli uomini e quella offerta da Dio.

I viaggiatori approdano a Malta, l’isola sconosciuta che nesuno di loro pare aver mai sentito nominare. L’accoglienza è splendida, salvo che, nel raccogliere legna per far fuoco, Paolo viene morso da una vipera (28,3). Interessante, anche nella sua ingenuità, la reazione degli abitanti. Dapprima, vedendo che Paolo, scampato miracolosamente a un naufragio, viene morso da un serpente velenoso, pensano che sia una prova della sua colpevolezza: gli dèi, non essendo riusciti a ucciderlo in mare, lo giustiziano a terra. Poi, notando che non risente del morso, si persuadono al contrario che sia un essere divino, a cui niente può portare danno.

Di certo Paolo continua a spiccare come figura guida, sereno e sicuro, attento ai suoi compagni (viene morso mentre raccoglie legna per scaldare tutti) e agli abitanti del luogo. Durante i tre mesi di forzata permanenza è comunque sempre teso a fare del bene, anche con la guarigione miracolosa (28,89) non solo del padre del governatore, ma anche degli isolani, senza perdere l’occasione di predicare il Vangelo.

In Italia

Alla fine, il centurione trova a Malta una nave proveniente dall’Egitto, probabilmente anch’essa carica di grano: il suo capitano doveva aver provato a sua volta a raggiungere Roma prima della brutta stagione, riuscendo a portarsi solo poco più avanti ma salvando il carico. Si arriva nei paraggi di Roma, con una sorpresa, perché i fratelli cristiani di Roma vengono incontro a Paolo «fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne» (28,15), il che ci permette di fare almeno due deduzioni. Intanto, Paolo è famoso, al punto che si organizza per lui un comitato d’accoglienza, anzi due. Proprio questo particolare, però, ci suggerisce che forse anche la comunità di Roma non è compatta e unita. Il Foro di Appio era il punto in cui un canale navigabile proveniente da Terracina si congiungeva con la via Appia, così da farne uno snodo importante a circa 60 chilometri da Roma (su una bella strada lastricata, ma comunque a quasi due giorni di viaggio per chi avesse a disposizione dei carri trainati da animali o fosse particolarmente forte e veloce nel camminare). Ma le Tre Taverne, anche se non siamo sicurissimi sulla loro posizione precisa, si trovavano sulla stessa via Appia a una quindicina di chilometri da Roma. Qualche ritardatario, oppure le comunità cristiane romane non erano riuscite a mettersi d’accordo?

Teoricamente queste comunità dovevano aver già ascoltato la lettera di Paolo ai Romani, ma paiono non sapere niente dell’opposizione contro di lui che si era diffusa a partire da Gerusalemme (28,21), pur consapevoli che sul movimento dei cristiani c’è parecchia discussione (28,22). Come già altrove negli Atti degli Apostoli, Luca presenta un quadro della chiesa che sembra idilliaco, se lo si legge con ingenuità (tutti vanno a rendere omaggio a Paolo!), ma che lascia intravedere divisioni, gelosie, ripicche, come in tutte le comunità umane. Questo può diventare un motivo di paradossale conforto: noi conosciamo le nostre comunità, di certo non perfette, e ci possiamo sentire inadeguati. Luca, però, ci fa notare che anche la prima generazione cristiana non era migliore, eppure era consapevole dell’azione dello Spirito Santo che davvero guidava la sua storia. La conclusione può essere che anche noi, non perfetti, possiamo riconoscere come lo Spirito continui a muoversi e ad agire in mezzo a noi.

Come va a finire?

Da diversi capitoli Luca sta raccontando la vicenda di Paolo, condotto a Roma per essere processato. Come va a finire il processo? Ecco che il nostro autore ci stupisce, perché la narrazione finisce con l’annotazione che Paolo poteva incontrare chi voleva e annunciava il regno di Dio, ma nulla si dice sull’esito del processo. Non solo manca il lieto fine, ma sembra che manchi la fine. Perché mai?

Oggi c’è chi fa notare che due anni (28,30) erano il tempo massimo di durata legale dell’attesa di un procedimento giudiziario. Peraltro, in tribunale si dava la precedenza ai processi più importanti, o che avevano alle spalle pressioni più potenti. Evidentemente il caso di Paolo non è stato ritenuto pericoloso per Roma, e nella capitale le pressioni del sinedrio, che lo voleva morto, non riuscivano a farsi sentire. Può anche darsi che, finiti i due anni, Paolo sia stato semplicemente scarcerato, senza che il processo abbia avuto luogo. Che cosa abbia fatto dopo, Luca preferisce non dircelo.

C’è chi sostiene invece che proprio questo silenzio suggerisca che il processo, per un motivo o per l’altro, sia andato a finire male, con la condanna a morte di Paolo. La tradizione romana vuole che l’apostolo sia in effetti morto martire alle Tre Fontane, ma non sappiamo se già in questa occasione o più tardi. C’è chi ritiene che proprio il silenzio tradisca la conclusione tragica del processo, ma c’è da segnalare che Luca non aveva nascosto la morte di Stefano, anzi ne aveva fatto un esempio per i  martiri.

Se ci atteniamo però a quello che è scritto, dobbiamo ammettere che la conclusione ha delle somiglianze con quella del Vangelo di Marco (la conclusione originaria, in Mc 16,8), che Luca sicuramente conosceva, in quanto ne aveva usato diverse pagine per il proprio Vangelo. Quel Vangelo finisce con le donne che vanno via dalla tomba vuota senza dir niente a nessuno, perché avevano paura. Si ammette oggi che l’intenzione dell’evangelista doveva essere proprio di tenere aperta la porta ai lettori, perché si mettessero in gioco, si facessero domande e completassero l’opera delle donne.

Luca, alla fine degli Atti, ci dice solo che Paolo continuava a evangelizzare, senza ostacoli e senza paura. Sappiamo così che il Vangelo viene annunciato a Roma, centro del mondo, capitale di un impero che si poteva ritenere universale ed eterno. E allora Luca ci porta di nuovo al centro del discorso. È vero: negli ultimi quindici capitoli ha parlato quasi solo di Paolo, che per noi lettori è diventato il protagonista e il centro dell’attenzione. Ma lo scrittore, lasciando aperto il racconto delle sue vicende, ci ricorda, quasi di colpo, che il protagonista non è l’apostolo. Il vero attore di quest’opera è lo Spirito che muove l’annuncio. Ed entrambi sono liberi di agire, persino nella capitale, in quella Roma che poteva essere considerata il centro del mondo, del potere, del male. Paolo è in catene, ma il Vangelo è libero. E allora, ci suggerisce Luca, non c’è bisogno di aggiungere altro, perché tutto l’essenziale è stato detto.

Angelo Fracchia

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