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La forza delle piccole cose: quando la brevità parla più del lungo

La Bibbia è lunga, i libri più importanti della Bibbia sono lunghi, se chiediamo a qualche professore di liceo ci dirà che i libri più belli della letteratura sono tutti lunghi, persino i film negli ultimi anni tendono a durare sempre di più.

Eppure anche il piccolo ha il suo fascino, riesce a parlarci, a commuoverci e toccarci senza mai annoiarci. Persino nell’antichità, che ha prodotto poemi epici lunghissimi, c’era stato un poeta che si era dato come slogan “Un libro grande è un grande male”. E sempre noi nel cinema, abbiamo inventato la categoria dei “corti”. Insomma, per una volta concentrarsi su qualcosa di piccolo (non solo nelle dimensioni!) può essere un’esperienza utile.

I salmi "graduali"

Per arrivarci, però, passiamo dal libro più lungo di tutta la Bibbia. Si tratta comunque di una lunghezza un po’ “irregolare”, perché in realtà stiamo parlando del libro dei Salmi, raccolta di centocinquanta inni di vario tipo che gli ebrei raccolgono solitamente in cinque blocchi.

Al suo interno troviamo tanti tipi diversi di composizioni: da quelli più propriamente di invocazione o di richiesta di perdono, a quelli di lode, alle lamentele, al ricordo delle opere storiche di Dio, alla sua esaltazione…

Tra questi diversi tipi di salmi ne troviamo anche alcuni, dal 119 al 133, che sono detti “graduali”. Il nome in latino richiama i gradini, perché si immaginava che potessero essere recitati o cantati mentre si salivano i gradini verso Gerusalemme. La città che ospitava il tempio, infatti, è posta in una zona relativamente elevata delle “montagne” del centro di Giuda, ed è peraltro affiancata da due valli abbastanza profonde, il che la fa sembrare a chi la raggiunge a piedi più alta e solenne di quanto già non sia, come se fosse più vicina al cielo, a Dio. Proprio la sua conformazione ha suggerito l’abitudine linguistica di dire che per andare a Gerusalemme “si sale”, anche quando ci si arrivasse in elicottero.

Nel corso della storia ebraica Gerusalemme diventò non solo la città del re di Giuda e anche di Israele, non solo il luogo del tempio ebraico più importante e poi unico, ma una meta di pellegrinaggio. Tutti i pellegrini sono ovviamente soliti pregare, durante il loro cammino, ma è altrettanto ovvio che non si può immaginare di recitare o ascoltare preghiere lunghe e complesse, perché camminando è probabile che non si riesca a leggere, e sia quindi preferibile pregare a memoria. Ed è scontato che sia più facile recitare a memoria dei testi corti, come infatti sono solitamente i salmi graduali.

Piccoli davanti a Dio

 Il pellegrinaggio si presta a interpretazioni differenti. Di certo implica fatica e sudore, fare i conti con i propri limiti, con l’accoglienza magari non perfetta di coloro i cui territori si attraversano… Ma potrebbe anche suggerire una qualche forma di “conquista”, proprio perché si attraversano terreni non propri mentre non si è da soli e solitamente si è spinti anche da una motivazione spirituale forte, che può dare coraggio e decisione. In fondo, i crociati stessi intendevano le loro imprese come una forma di pellegrinaggio, che però si risolveva in grandi massacri.

Può allora essere di sollievo notare che i salmi graduali tendano piuttosto alla mitezza, alla gioia per l’incontro con Dio e alla percezione della propria piccolezza davanti a lui.

Questo vale anche per il salmo 131, quasi il più corto della raccolta (è battuto solo dal 117). Il senso di questa preghiera è l’abbandono fiducioso nelle mani di Dio, come un bambino in braccio a sua madre.

Proprio perché così corto e umile, però, possiamo permetterci di guardarlo più nel dettaglio, come si contemplerebbero con affettuoso stupore le piccole articolazioni di un neonato. È anche un’occasione per guardare da vicino come spesso si presentano i salmi.

Umiltà (Sal 131,1)

Anche in un salmo breve come questo, troviamo alcune indicazioni che potremmo non aspettarci. Sono una specie di titolo. Qui viene detto che ci troviamo di fronte a un “canto delle salite”, cioè del pellegrinaggio, e lo si attribuisce a Davide, informazione che magari non è vera (di molti salmi si dice li abbira scritti lui, forse di troppi) ma che in qualche modo dona importanza al salmo stesso.

Ma poi arriva la proclamazione di umiltà. La prima frase potrebbe significare «Il mio cuore non cerca cose alte» o anche «Il mio cuore non si fa grande». Per il mondo ebraico il cuore era la sede non dei sentimenti ma delle decisioni. Non si tratta di un sentirsi umiliati, quasi si fosse timidi o impacciati. È invece una scelta, la voglia di accontentarsi delle cose piccole, di sentirsi piccoli.

L’autore sembra ripetere la stessa idea più volte: grandezze, meraviglie, le decisioni del cuore o lo sguardo degli occhi, tutto punta alla piccolezza, all’umiltà, alla misura.

Un bimbo (v. 2)

Per due volte, poi, il salmista parla della sua “anima”. Era un modo per indicare il rapporto con ciò che ci supera, ad esempio Dio, ma spesso era semplicemente un sinonimo per indicare “me”. La traduzione CEI sceglie prima un modo («Io resto quieto e sereno») e poi l’altro («come un bimbo è l’anima mia»).

Resta l’idea di tranquillità. Non di mortificazione, di umiltà come abbassamento, ma di serenità, di pace.

E questa idea di pace viene detta anche in modo tenerissimo. Le nostre traduzioni normalmente parlando di “bimbo svezzato”. La parola usata è strana e non facilissima da interpretare, potrebbe indicare un bambino che è stato completamente nutrito di latte e quindi ormai è svezzato… ma più probabilmente vuole significare un bambino “pieno”, “nutrito”, “sazio”.

«Come un bambino sfamato su sua madre»: è l’immagine di un neonato che ha appena finito di allattare, e viene posato sulla pancia della mamma. Stomaco pieno e il calore della madre, la pienezza della soddisfazione. Quali preoccupazioni potrebbe avere in quella situazione?

Nel momento del sudore, della fatica, dell’orgoglio del pellegrinaggio e dell’avvicinamento a Gerusalemme, il pellegrino si proclama semplicemente soddisfatto di godere dell’affetto del suo Dio, come un bambino che ha appena finito di succhiare il latte e viene posato in grembo alla mamma, l’immagine di maggiore serenità e pace che l’umanità possa probabilmente immaginare.

Non da soli (v. 3)

Il salmo secondo noi potrebbe finire qui. Ma non lo fa. Ci può sembrare persino fuori luogo l’ultimo versetto, «Israele attenda il Signore, da ora e per sempre».

Eppure è un’aggiunta importante. Non sempre viene esplicitato, ma i salmi non sono pensati per una preghiera solitaria. Sono sempre esperienza di popolo. Chi è accolto da Dio, sa che quello stesso Creatore accoglie tanti altri, che il credente scopre come fratelli anche se prima non li conosceva.

Non esiste un rapporto con il Signore che non apra all’accoglienza e all’amore verso i fratelli, e chi scrive i salmi lo sa.

Angelo Fracchia

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