San Giuseppe Allamano ha fatto del silenzio e della discrezione il suo stile di vita e il segreto della sua santità. Una scelta che può essere riassunta nel motto: Il bene va fatto bene e senza rumore, ovvero nel miglior modo possibile, in silenzio.
Il giornale Il Momento il giorno dopo la morte di san Giuseppe Allamano, in poche righe riassume il suo stile di vita e di santità:
Non era l’uomo della ostentazione. Non era l’uomo eloquente. Era l’uomo del silenzio operoso.
Don Pier Giuseppe Accornero così commenta la frase del quotidiano torinese:
“Caratteristica della vita di San Giuseppe Allamano: saper agire, vigilare, influire, manovrare persone e cose rimanendo il più possibile appartato. Assente e presente. Sempre e dovunque agiva e dirigeva con la sua accorta intelligenza, con la sua finezza intuitiva, con la sua meditazione pacata e lungimirante, con la sua profonda pietà di sacerdote colmo di amor di Dio. Chi lo avvicinava sentiva l’uomo di polso che, senza parole inutili, indicava con sicurezza l’orientamento, la via, la decisione da prendere”.
Nell’insegnamento dell’Allamano, racchiuso nelle Conferenze alle sue Missionarie affiora l’importanza e l’insistenza di ricercare la qualità della vita facendo bene il bene, di essere straordinarie nell’ordinario nel “silenzio”, giustamente definito: “operoso”.
Le frasi stralciate dalle Conferenze, che riguardano il “silenzio”, suonano come raccomandazioni, suggerimenti, consigli di un Padre e Maestro che indica alle sue Figlie il “mezzo” per camminare, speditamente, sulla via della santità.
Dalle Conferenze di San Giuseppe Allamano
La Lingua
La lingua bisogna moderarla, frenarla. Il Signore ci chiuse la bocca con due cancelli, mentre lasciò aperte le orecchie; sicuro due cancelli: i denti e le labbra, e perché? Perché andiamo adagio a parlare. Quindi non tacere sempre, ma riflettere prima di parlare.
L’uso della lingua è una faccenda seria. Noi avremo da lamentarci di aver parlato, ma mai di aver taciuto. Di qui l’importanza di tenere a freno la lingua e di non lasciarla correre come un cavallo sbrigliato.
I giudizi si formano nella testa, ma la lingua li pronuncia. Quando saremo padroni di questa lingua, allora tutto andrà bene, perché non scorrerà più se noi non lo vogliamo.
Quante volte si ingrandiscono le cose, o non si dicono con precisione. Quante volte si dicono delle parole contro la carità! C’è sempre una smania di parlare… Quel che si è detto non si può più togliere.
Se si vuol parlare si parli, ma con discorsi che starebbero bene in bocca al Signore. I vostri discorsi devono essere sempre edificanti, o di studio, o di pietà. Non tutto ciò che è vero si può ed è opportuno dirlo.
Non parlare fuori posto o inutilmente; voi dovete parlare sempre di cose che edificano, che aiutano a fare il bene: Ah! nessuna notizia, né di questo né di quello, nessuna curiosità!
Per parlare bene non bisogna dire tutto quello che ci viene in mente. Certuni, se vien loro in mente una cosa la dicono a tutti i costi buona o non buona.
Il Silenzio
Non bisogna fare un silenzio perfetto, continuo, ma farlo quando si deve fare. Non dire dopo avere parlato: ma io non ci ho pensato. Devi stare attenta, devi pensare prima.
Silenzio: dire il puro necessario e lasciar parlare a chi tocca e non sempre voler parlare noi.
Parlare quando c’è necessità, utilità o convenienza.
Ogni parola, diceva il Venerabile (S. Giuseppe Cafasso), ogni parola detta agli uomini è una parola di meno detta a Dio. Di ogni parola inutile si renderà conto a Dio.
Silenzio a tempo e luogo; non parlare troppo forte o quando non tocca a noi; parlare di cose serie.
Far silenzio nel tempo del lavoro, dello studio; state attente: ogni parola che dite è una parola tolta al Signore.
Dovete parlare, ma prima bisogna imparare a far silenzio per sapere poi parlare bene. Chi non sa tener la lingua, parlerà troppo e dirà poi degli spropositi.
Il nostro parlare sia: poco e buono; poco e dolce; poco e semplice; poco e caritatevole; poco e amabile.
Dobbiamo rendere conto a Dio di ogni parola oziosa, non solo di ogni parola cattiva, oziosa vuol dire senza necessità e utilità.
O tacere, o dire qualcosa che sia meglio del silenzio.
Quando si trasgredisce il silenzio, generalmente il nostro discorso non è di edificazione, ma manca ora verso la carità, ora verso la prudenza, ora verso la pietà.
Parlare con utilità, con necessità, con convenienza. Con ciò non voglio già dire che si debbano anche sopprimere quelle parole che servono a tenere un po’ allegri, quelle lì no…
Non voglio che diveniate tutte mute, ma osservare il silenzio interno ed esterno è necessario.
Il silenzio interno è il più difficile ad acquistare. Alle volte si vede una persona, si crede che sia tutta in unione con Dio e poi… Quanti sentimenti lì dentro: invidia, gelosia, malignità… Questo non va; bisogna far silenzio con le nostre passioni, con noi stessi.
Parlando di silenzio non s’intende il solo silenzio materiale ma anche quello interno che consiste nel non far lavorare la fantasia ed il pensiero in cose, se non vane, almeno inutili.
Se non c’è raccoglimento non riusciremo mai a niente. Amare il silenzio ed amarlo perché nel silenzio e nella quiete l’anima cristiana profitta nella virtù.
Del silenzio interno fatene finché volete, non ce n’è mai troppo.
Facendo silenzio. S’impara a parlare. E poi, parlare sottovoce, non gridare, non è necessario gridare. Il gridar forte rompe la devozione e dissipa.
Fonti: Conferenze alle Suore: vol. I luglio 1914, p. 79; vol. II 17 marzo 1918, p.251; 25 maggio 1919, p.585-588; vol. III 6 giugno 1920, 84-87; 21maggio1922, pp.419-425
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