Dio ascolta gli imperfetti

Nel nostro tempo può capitare che ci interroghiamo su come fosse la vita ordinaria, normale, sotto grandi re o imperi. È un’attenzione tutta moderna, che a volte può trovare risposte difficili, proprio perché gli scrittori antichi non erano attenti alla vita quotidiana, quella della gente comune.

Con lo stesso spirito, ci piacciono sempre di più libri, film o prodotti teatrali o televisivi che non si limitino a raccontare la storia principale, ma che traccino anche bene i ritratti dei personaggi secondari, che non li riducano a macchiette.

Se con questa attenzione andiamo a leggere le opere antiche, restiamo spesso delusi, perché l’attenzione si concentra normalmente solo sulle vicende centrali, e a lato rimangono soltanto schizzi molto veloci.

In questo la Bibbia è spesso sorprendente. L’approccio resta quello, e tra l’altro con un’attenzione alla psicologia che normalmente non è moderna, ossia è molto superficiale. Eppure, poi, ci sono numerosi squarci che ci stupiscono, che mostrano di essere attenti e delicati nei confronti degli avversari, o dei personaggi che restano ai margini.

 

Una schiava egiziana

Uno di questi personaggi è Agar. Di lei sapremmo, di per sé, solo quello che serve al racconto di Abramo e della sua ricerca di un discendente. Quando infatti Abramo si è già sentito promettere diverse volte un figlio che non arriva, alla moglie Sara viene un’idea, che è quella di usare a quello scopo la propria schiava, che viene, in quel momento, ridotta semplicemente a uno strumento.

Di fronte alle ripetute prospettive di un figlio per Abramo, infatti (Gen 12,7; 13,15-16; 15,4-5.18), Sara, sterile (Gen 11,30), trova una via d’uscita nell’offrire al marito la propria schiava, così che concepisse con lei un figlio che poi avrebbe fatto partorire “sulle ginocchia” (come avrebbe fatto più tardi anche Rachele con Bila: Gen 30,3) per offrire al neonato lo statuto di figlio libero e non di schiavo.

Come ci aspetteremmo, non ci viene detto nulla sullo stato d’animo di Agar, veniamo solo a sapere che è una schiava egiziana, il che può suonare ancora più avvilente, perché viene da una società ricca, potente e dominante, ma lei è caduta talmente fuori dal proprio mondo da finire schiava di un nomade senza patria né prospettive…

Il progetto di Sara sembrerebbe procedere bene, perché Agar resta incinta, ma da questo momento veniamo a sapere che anche la schiava ha un suo carattere e propri sentimenti, seppure negativi e discutibili, in quanto «la sua padrona non contò più niente per lei» (Gen 16,4). È come se questa schiava, tanto insignificante che finora non avevamo sentito parlare di lei, improvvisamente pensi di poter diventare qualcuno, offrendo al marito della sua padrona un figlio. E questo, che può anche essere vissuto (da noi moderni, ma in fondo anche nel mondo religioso del Primo Testamento) come un riscatto, diventa però motivo di vanto, di orgoglio, e Agar passa immediatamente dalla parte del torto.

Peraltro, ne paga subito le spese, perché Sara si lamenta con Abramo di questo cambiamento, ottiene la facoltà di (mal)trattarla come vuole, tanto che Agar fugge. La fuga di una schiava, donna, straniera, sola, incinta, in un territorio desertico, è qualcosa di molto vicino a un suicidio, non può avere molte prospettive davanti a sé, il che ci fa intuire a quale livello di maltrattamento aveva dovuto sottostare.

 

Il lamento udito

È nel deserto che viene incontrata dall’«angelo del Signore» (Gen 16,7), che dimostra di conoscerla (la chiama per nome, e poi aggiunge il suo essere schiava di Sara) e le chiede che cosa faccia lì, nel deserto, ferma accanto a una sorgente, da sola. Lei spiega la propria fuga, e si sente rispondere di tornare dalla padrona, e di restare a lei sottomessa.

Poi, senza ulteriori stimoli, l’angelo prospetta anche ad Agar ciò che era stato promesso ad Abramo, ossia una discendenza innumerevole, che, è vero, vivrà nel deserto e in scontro costante con tutti quelli che la circonderanno, ma vedranno il bambino e la sua discendenza come un «asino selvatico», costretto a una vita precaria ma non addomesticabile, ruvido e intrattabile ma libero.

E Agar riconosce l’importanza di questa visione, lascia il nome al pozzo (Gen 16,13-14). È come se la sua vicenda l’avesse resa importante e libera come il suo padrone. O, per meglio dire, non solo o non tanto la sua ribellione, quanto l’incontro con il Signore (rappresentato dall’angelo) che ha visto e ascoltato anche la sua oppressione e tristezza.

Un Dio che non la appoggia nella sua rivolta, in quanto la invita a tornare dalla padrona e a restarle sottomessa, ma dimostra di essere attento anche a lei, le promette che le sue lacrime non saranno dimenticate né inutili.

 

Il secondo esilio

Ma non basterà neppure quello. Agar, infatti, torna da Abramo e Sara e partorisce ad Abramo un figlio, Ismaele.

Poco dopo Dio appare di nuovo ad Abramo e gli rinnova le proprie promesse, alle quali Abramo risponde con un per noi un po’ enigmatico «Viva Ismaele davanti a te» (Gen 17,18), che significa qualcosa del tipo: “Va bene, sono lieto delle benedizioni e promesse che mi rinnovi, di una discendenza innumerevole. Ma, vedi, io sono vecchio e mia moglie pure, e abbiamo pensato di aiutare l’adempimento della tua promessa procurandoci un figlio, che c’è. È figlio mio, come mi avevi promesso, vero che è lui la via tramite cui mi verrà una discendenza?”.

Ma Dio rinnega subito questa ipotesi. Come se fosse femminista prima del tempo, pare quasi dire che, se la promessa del figlio era arrivata ad Abramo, sicuramente coinvolgeva, alla pari, anche Sara. Ad avere un figlio sarà Sara, entro un anno (Gen 17,19.21). Ismaele viene benedetto (17,20), ma non è il percorso voluto da Dio.

Così, da una parte, la promessa ad Abramo resta rinnovata e precisata. Ma, dall’altra, Agar rimane marginale e dimenticata, potremmo dire.

Il progetto divino si compie, Sara concepisce e partorisce Isacco e i due figli di Abramo crescono insieme. Troppo amici, secondo Sara, che si indispettisce del buon rapporto tra di loro e ottiene da Abramo, pur controvoglia, di allontanare Agar e Ismaele, per difendere l’eredità unica del figlio proprio (Gen 21,9-10).

Agar si ritrova nel deserto, questa volta con un figlio, e stavolta sembra essere stroncata dalla fatica, dalla tristezza, dalla delusione, dalla mancanza di prospettive. Era stata mandata via dalla tenda con una pagnotta e un otre d’acqua, nel deserto. E quando l’acqua finisce, si predispone al passo definitivo: posa il bambino sotto un cespuglio, perché almeno non resti sotto il sole, e si allontana di quanto basta per non sentirlo morire, pronta a perire anche lei. E si abbandona al pianto (Gen 21,15-16).

Ma di nuovo Dio interviene, perché ha udito il pianto, del bambino e della madre, che rincuora e alla quale mostra un pozzo. Agar può dissetare il bambino, e i due riescono a sopravvivere nel deserto, dove Ismaele diventa tiratore d’arco, stabilendosi definitivamente lì e sposando una donna egiziana (Gen 21,21).

 

Un messaggio per noi?

Agar e Ismaele non sono nella linea “privilegiata”, quella del popolo d’Israele, quella che Dio proteggerà e accompagnerà sempre. Potrebbero essere lasciati da parte e buttati via, come spesso si fa nella storia degli uomini, a volte anche in quella narrata dalla Bibbia.

Ma il Dio d’Israele non è un dio crudele, semplicemente dedito ai suoi. Ismaele deve la sua nascita, e Agar la sua maternità, a un progetto di Sara, che poi lei abbandonerà quando avrà un figlio proprio. Agar non è perfetta né senza colpe, ma è una donna che soffre, per sé e per il proprio figlio. E Dio ascolta il loro pianto.

Non li trasformerà nella propria linea di predilezione, non abbandonerà il proprio disegno per via della loro sofferenza, ma non smette di ascoltare anche loro, di intervenire, di farsi vedere, di tutelare, di accompagnare, di promettere e proteggere.

Agar e Ismaele sono personaggi secondari, rami laterali di una storia che procederà per le proprie vie maestre, ma neppure di loro Dio si disinteressa, anche al loro grido presta ascolto, anche di loro si ricorda, di loro tutela la vita.

Verrebbe da dire che se la Bibbia sa trattare con attenzione anche i personaggi “minori”, è perché si trova in ascolto di un Dio per cui nessuno è minore.

Gheorghe Tattarescu - Agar în deşert 1870 Frwiki-wiki

Angelo Fracchia