Verso il Centenario della nascita al Cielo di San Giuseppe Allamano, la sua famiglia missionaria si stringe ancora attorno a Lui, per imparare i cammini della santità. Oggi riflettiamo sul “di più” che chiedeva ai suoi missionari e missionarie.
Il 17 febbraio 1926, il giornale torinese Il Momento ebbe a scrivere:
«La vita del Canonico Allamano non si computa col calendario, ma nella sua intensità spirituale, nel suo spirito superiore, nella dirittura del suo carattere, nel riflesso di un bene compiuto e stratificato silenziosamente all’ombra del suo prediletto Santuario. Non era l’uomo delle ostentazioni. Non era l’uomo eloquente. Era l’uomo del silenzio operoso».
La ricerca della qualità della vita, lo sforzo di fare bene il bene ed essere così “straordinari nell’ordinario”, il “silenzio operoso”, l’energia e slancio, sono sempre stati gli aspetti caratterizzanti del suo stile di santità che poi, parlando ai suoi missionari e missionarie, lo qualificava come la “nostra santità”.
Tale “stile” egli l’ha scoperto avvicinandosi in particolare alla vita e all’insegnamento del santo zio, Giuseppe Cafasso. L’ha voluto fare suo, non soltanto perché congeniale con la sua personalità, ma perché attentamente studiato, ricercato e coltivato. L’ha intriso di virtù cristiane e di forti richiami evangelici fino a renderlo caratterizzante di tutta la sua vita e del suo ministero sacerdotale.
Così spiegava agli aspiranti missionari la frase di Mc 7, 37 ‘Ha fatto bene tutte le cose’:
«Queste tre parole [bene omnia fecit] meriterebbero di essere scritte sui muri delle nostre case e bisognerebbe che alla nostra morte le si potessero scrivere sulla lapide della nostra tomba: ha fatto bene tutte le cose».
E spiegava come certa gente cerca sempre le cose grandi, straordinarie, mentre Dio è presente tanto nelle cose grandi come nelle cose piccole per cui bisogna stare attenti a fare sempre tutto bene. I santi sono santi non perché hanno fatto miracoli, ma perché hanno fatto tutto bene.
Ai membri dell’Istituto, il Fondatore si sentiva di chiedere un “di più” e una maggiore qualità di vita, proprio in forza della loro specifica vocazione missionaria. Ad esempio, il 19 agosto 1917, parlando alle Missionarie della Consolata, affermava:
«Amare il prossimo più di noi medesimi. Per un missionario ci deve essere il di più».
Il giorno 16 novembre 1916, parlando ai missionari sulla santità, si domandava:
«E quale deve essere questa santità? Maggiore di quella dei semplici cristiani, superiore a quella dei semplici religiosi, distinta da quella dei sacerdoti secolari. La santità dei missionari dev’essere speciale, anche eroica ed all’occasione straordinaria da operare miracoli. Continuatori della missione degli Apostoli devono loro potersi applicare le parole di N. S. Gesù Cristo e le gesta».
Illustrando le singole virtù necessarie al missionario, il nostro Santo amava accentuare il valore di ciascuna e qualificarla come la più importante. Ciò che a lui interessava era accentuare la loro importanza.
Uno sguardo d’insieme al suo insegnamento circa la necessità di diventare santi, ci permette di cogliere due atteggiamenti complementari di questo “di più” in cui il missionario e la missionaria devono essere equipaggiati.
1. La qualità
Partendo dalla constatazione che una “normalità” spirituale abbassa il tono della nostra vita e l’efficacia della nostra evangelizzazione, il IX Capitolo Generale IMC prospettava nella qualità della vita l’obiettivo verso cui puntare decisamente: «Crediamo che, alla luce della vita e dell’insegnamento del Padre Fondatore e delle istanze della missione, la qualità è un’esigenza essenziale da tener sempre presente in tutte le tappe della vita del missionario» .
L’Allamano chiamava questa ricerca della qualità di vita la “nostra santità”. La inculcava a noi missionari e missionarie della Consolata fino a farla diventare la nostra “fisionomia”.
Essa deve partire innanzitutto dalla ricerca attenta e scrupolosa di tutti i mezzi che aiutano a camminare decisamente verso la santità, compiendo bene tutti i nostri doveri. Deve poi influenzare lo zelo apostolico, mantenendo sempre vivo il “fuoco interiore”.
Fuoco, zelo apostolico, ardore, spendersi tutto per gli altri, erano espressioni tipiche dell’Allamano per descrivere l’atteggiamento indispensabile a ogni missionario. Per lui il fuoco significava l’amore che deve ardere in noi e che identificava con l’espressione paolina “Charitas Christi urget nos” [la carità di Cristo ci spinge] (2 Cor. 5,14).
Tutto scaturisce dall’amore:
«Bisogna avere tanta carità da dare la vita. Noi Missionari siamo votati a dare la vita per la salvezza delle anime. Amare il prossimo più di noi stessi, dev’essere il programma di vita del missionario».
Senza questo amore non si avrebbe la realtà, la sostanza dell’uomo apostolico, e ogni nostra riflessione sarebbe pura accademia e le risoluzioni prospettate rimarrebbero lettera morta.
2. La fedeltà e il “nunc coepi”
Un accorgimento che il nostro Santo consigliava ancora ai suoi missionari per coltivare la propria vocazione era quello di vivere intensamente e bene ogni giorno e ogni momento con il “nunc coepi” [ora ricomincio].
Il tempo della nostra esistenza infatti si dipana momento dopo momento, giorno dopo giorno. Il passato non c’è più, il futuro non c’è ancora, solo mi resta il presente per realizzare la mia esistenza: devo viverlo bene, dando significato ad ogni cosa che faccio, sicuro che in questo modo compio la volontà di Dio e realizzo la mia vocazione.
Egli suggeriva allora ai suoi Missionari la fedeltà nelle piccole cose per assicurare la fedeltà nelle scelte più importanti. Scorrendo la Vita Spirituale, ci rendiamo immediatamente conto quanto importante fosse questa sua convinzione. Ecco alcune sue espressioni, spigolate nelle sue conferenze, che trovano nella “fedeltà” la radice comune:
- I membri del nostro Istituto devono operare la loro santificazione con la fedeltà alle piccole cose. Che Iddio vi faccia ben comprendere questa lezione e vi infervori con la sua grazia!
- Fedeltà alle regole anche le più piccole; perciò osservarle tutte, in tutto, fin nei più minuti particolari. Ogni più piccola regola ha inerente una grazia di Dio.
- Fedeltà alle pratiche di pietà fatte in comune, poiché nella preghiera in comune c’è più benedizione di Dio.
- Fedeltà a compiere gli uffici particolari: e seguirli con impegno e distacco; non cercare, come si presenta tanto facilmente l’occasione, il proprio comodo.
- Fedeltà al buon uso del tempo: occupandolo interamente ed intensamente; impiegandovi tutto il nostro potere, la nostra volontà ed attitudine.
Per la riflessione personale
- Come e dove mi sforzo di esprimere il “di più” dell’Allamano nella mia vita?
- Il “di più” lo vivo ricercando la qualità delle mie azioni o il cumulo di esse?
- Trovo che il “nunc coepi” qualifica le azioni delle mie giornate?




