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Il canto di Anna

Un canto antico

Succede spesso anche a noi: le emozioni più importanti, più profonde, nelle quali sentiamo di giocarci tanto della nostra vita, possiamo spiegarle, possiamo provare a farle intuire, ma spesso preferiamo condividerle in forme più intense, come ad esempio in poesia o in canto. È come se in tal modo acquisissero una dimensione più autentica e profonda. Ciò è sempre successo nella storia umana, e infatti lo ritroviamo anche nella Bibbia, che è punteggiata di inni e cantici raccolti a parte (nel libro dei salmi) o inseriti in altre narrazioni. Uno di questi canti antichi ha fatto chiaramente da modello al “Magnificat”, il cantico di lode che l’evangelista Luca mette in bocca a Maria dopo l’incontro con la cugina Elisabetta. È esattamente quello il cantico che proviamo a ripercorrere oggi: lo troviamo all’inizio del secondo capitolo del primo libro di Samuele e lo si presenta pronunciato da Anna, madre di Samuele.

Il contesto

Samuele è stato uno dei più rilevanti personaggi della storia ebraica biblica, il sacerdote che prende il posto di Eli nell’importante santuario di Silo, al centro del paese, e che avrebbe unto re prima Saul e poi Davide. Anche la sua nascita era stata segnata da eventi straordinari, in quanto sua madre era sterile, pur essendo amata teneramente dal marito (1 Sam 1). Durante la celebrazione di una Pasqua a Silo, Anna, amareggiata dal disprezzo dell’altra moglie del marito, a differenza sua molto prolifica, si era rifugiata nel tempio a pregare a voce bassa. Non era una modalità di preghiera usuale, né era il tempo della giornata in cui di solito si pregasse, tanto che il sacerdote Eli, vedendola, l’aveva ritenuta ubriaca e l’aveva invitata ad andare a smaltire altrove la sua sbornia. Davanti alla difesa della donna le aveva augurato che la sua preghiera venisse accolta.

Sembra quasi che il narratore antico pensi che l’augurio di un sacerdote, un po’ magicamente, non possa che essere ascoltato da Dio. Anna, comunque, resta incredibilmente incinta. E promette che tornerà al tempio soltanto quando suo figlio sarà stato svezzato, per donarlo a Dio. Il passaggio può stupirci, perché potremmo immaginare che la donna, finalmente diventata madre, voglia tenersi e godersi il figlio, che invece regala. L’autore antico sembra suggerirci che Anna non voglia qualcosa per sé, non cerchi una garanzia, una protezione per quando sarà anziana, un affetto. Forse vuole solo smettere di sentirsi schernita, oppressa, umiliata. Forse, ci dicono le parole del suo cantico, nella sua umiliazione vede l’umiliazione di tanti altri oppressi.

Fatto sta che quando affida il figlio Samuele al sacerdote Eli innalza un canto a Dio che può stupirci.

Un canto di guerra?

L’inno inizia come non ci aspetteremmo. Il “cuore” per la cultura ebraica antica non era il luogo dei sentimenti ma delle decisioni. Un “cuore” che si innalza, con un verbo che era usato solo negli inni, esprime la percezione di aver fatto la scelta giusta. Resta però ancora un’espressione ambigua se non fosse per quello che segue, «la mia forza si innalza». Il testo usa una parola che significa “corno”, e che richiama le corna di un montone e che esprime proprio la forza negli scontri, come un montone che carichi un suo rivale (v. 1).

Pensare a un Dio guerriero, che esprime la propria potenza nel far vincere le battaglie, era una modalità tradizionale, ben nota nel mondo semitico e ancora ben rappresentata nella Bibbia. Ma qui si parla di “corno”, di “nemici”, di “roccia” (vv. 1-2), tutti termini che richiamano la guerra… per la nascita di un bambino, che ha tolto a sua madre la vergogna di essere sterile. Sembra quasi che Anna ci sfidi a capire che il Dio che si pensava prima di tutto un dio guerriero, vincitore e sterminatore, il “Signore degli eserciti”, è in realtà un Onnipotente che si china su una donna sterile, che ascolta la preghiera disperata di una persona qualunque, umiliata in un contesto familiare. Una donna della cui esistenza la grande storia non si sarebbe neanche accorta.

L’inversione delle sorti

Anna inizia quindi ad elencare tutti i modi con cui il suo Dio cambia i destini delle persone, facendo vincere i deboli e perdere i forti. Se però la prima immagine è bellica («l’arco dei forti si è spezzato»), la prosecuzione è tutta incentrata sulla vita normale delle persone normali. Si parla di affamati e sazi, di sterile e ricca di figli, di deboli e poveri (vv. 4-7).

A prima vista, sembra semplicemente un’inversione delle sorti, che già sarebbe straordinaria, perché vediamo nella nostra esperienza che solitamente i deboli continuano ad essere deboli e oppressi. Addirittura, nell’entusiasmo dell’elenco, Anna arriva a dire che la sterile ha partorito “sette volte” (il racconto biblico non ci dice di altri suoi figli, a parte Samuele). Ma il discorso porta poi ad un altro esito, in cui il debole e il povero vengono innalzati dalla loro immondizia per essere messi sui troni, ma non al posto dei nobili, bensì insieme a loro (v. 8). La storia umana spesso ha prodotto dei Robin Hood che tentavano di rubare ai ricchi per dare ai poveri, ma in fondo così facendo si continua a perpetuare l’ingiustizia, benché in direzione contraria a quella consueta. Il sogno di Dio, si direbbe, è un altro, ossia che le differenze, le barriere, le divisioni non esistano più. Che i poveri si siedano sui troni, sì, ma accanto a chi vi sedeva prima, non al loro posto.

Alla fine, il cantico ritorna ai toni militari, parla di forza dell’uomo che non prevale (v. 9), di distruzione degli avversari, di potenza del re e del messia (v. 10). Quindi il percorso è stato inutile? In ultimo si ritorna a pensare a un Dio bellico?

Probabilmente no. La poesia semitica ama ritornare all’inizio per suggerire che il cerchio si è chiuso, che il pensiero è completo. In quel caso, ad essere più importante non è, come al suo solito, ciò che si dice all’inizio, ma ciò che è in centro. Al centro c’è un Dio che si occupa degli ultimi, che li risolleva, e addirittura che li mette non al posto dei nobili, ma insieme a loro. Il contenitore, che circonda questo cuore, è l’immagine tradizionale del Signore potente in battaglia.

Ciò che Anna suggerisce, o per suo tramite l’autore di questo cantico, è che il Dio che già conosciamo, quello che loro immaginavano come un condottiero militare, al cuore ha però le persone, e soprattutto quelle dimenticate da tutti. Anna era la moglie sterile, e non era l’unica moglie di suo marito. Per il mondo non contava nulla. E delle vicende di quelle come lei non c’è traccia nei libri di storia, a differenza dei re e delle battaglie. Ma Dio non si limita a invertire le sorti perché manda in alto quelli che sono in basso e viceversa. Cambia invece il modo di ragionare, vede i piccoli, si appassiona della vita dei dimenticati.

Chi ha scritto questa pagina voleva suggerire al lettore che il Dio tradizionale, che lui già conosceva, non è meno forte di un generale vincitore, ma guarda altrove, guarda all’umiltà, guarda al singolo, guarda all’autenticità delle vite dimenticate. Ecco perché l’evangelista Luca deciderà di riprendere questo cantico, per fare esprimere a Maria la meraviglia di essere stata scelta, in una cittadina insignificante, lei che era una delle tante…

Angelo Fracchia

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