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Il Vangelo interrotto: quando il silenzio racconta di più

Il primo autore a scrivere un vangelo, Marco, non si limita a “inventare” una biografia molto originale, che di fatto è un lungo racconto della passione con un’ampia introduzione, ma mette a disposizione dei suoi lettori una conclusione della sua opera molto originale, che si direbbe moderna per come viene gestita.

Una premessa noiosa

Sarebbe bello concentrarci soltanto sul racconto del vangelo, molto avvincente. C’è però bisogno di un’annotazione un po’ tecnica ma necessaria per concederci di godere fino in fondo della bravura e dell’intelligenza dell’evangelista.

Questo vangelo, originariamente, finiva al versetto 8 del sedicesimo capitolo. Ciò che segue è stato ricostruito a partire dagli altri sinottici e in effetti non scorre troppo bene, è presente solo nei manoscritti meno antichi e in forme diverse. Possiamo ovviamente leggere e commentare la fine del vangelo come la troviamo ora, ma può essere più interessante provare a intuire che cosa volesse dirci l’evangelista facendo finta che il suo vangelo finisca senza le sue aggiunte. Come peraltro si doveva presentare il vangelo all’inizio.

Lo sfondo (Mc 16,1-5)

Il brano parte da un tono sereno, tranquillo anche se mesto e triste: Gesù è stato sepolto, due giorni prima, e alcune donne stanno andando al suo sepolcro per i riti che non hanno potuto curare il pomeriggio del venerdì, ossia l’unzione del cadavere per concludere il rituale di sepoltura. Certo, lungo la strada si chiedono come spostare la grossa pietra che chiudeva il sepolcro. Stanno andando a ungere un morto, e non si aspettano niente di diverso.

È solo arrivando sul luogo della sepoltura che vedono la pietra rotolata via e un giovincello avvolto in quelle vesti bianche che spesso segnalano un qualche legame con il divino. Le donne si stupiscono, ovviamente. Anche noi lettori stiamo aspettando che ci si spieghi qualcosa…

Il passato (v. 6)

Il giovinetto parla alle donne innanzi tutto confortandole: «Non stupitevi», non spaventatevi. È sempre il primo appello di fronte alla sorpresa della risurrezione, quello a non avere paura, a confortarsi.

Poi fa apparentemente il punto della situazione, ma in un modo molto particolare. Nella modalità che la lingua greca concede, parte dal punto più centrale: «Gesù cercate, il Nazareno, il crocifisso. Non è qui, si è rialzato». Il punto centrale è Gesù, che viene precisato da due definizioni. La prima è il “Nazareno”. Potrebbe indicare e probabilmente indica l’abitante di Nazareth, anche se non è da escludersi che rinvii anche ad altro. Era comunque la modalità consueta di precisare l’identità di una persona nell’antichità, che non conosceva i cognomi: normalmente si segnalava il nome, il nome del padre (che qui non c’è) e poi il paese o il luogo da cui si veniva.

Qui però questa indicazione, che potrebbe anche sembrare scontata (anche se senza il nome del padre) è accompagnata da una precisazione diversa, «il crocifisso». Perché? In fondo, se si fosse voluto riconoscere Gesù, si sarebbe potuto fare riferimento ad altro. Eppure in tutti i racconti della risurrezione chi è risorto si fa riconoscere guardando alla croce. Da una parte è il segno che la storia personale non verrà dimenticata, non è secondaria, fa e farà sempre parte di noi. Dall’altra, e insieme, ricorda che il crocifisso non è l’eroe vincitore che dimentica il proprio percorso, ma l’uomo pieno, in qualche modo “certificato” dal Padre nella risurrezione che però non dimentica il proprio percorso: resta l’uomo dei dolori, che ben conosce il soffrire (cfr. Is 53,3).

Peraltro, il giovinetto presente nel sepolcro insiste su un altro particolare non secondario: le donne stanno cercando Gesù tra i morti, dove non è. Pare che quasi l’evangelista voglia dirci che spesso anche noi vorremmo Gesù dove non si trova, guardiamo nella direzione sbagliata. Gesù è là dove c’è la vita, anche l’imprevedibilità, la sorpresa.

Là dove lo cerchiamo c’è il segno che era lì («Ecco il luogo dove lo avevano deposto») ma non lui, che resta più avanti, altrove, ad aspettarci. Se cerchiamo Gesù soltanto come un oggetto da museo, qualcosa di passato, ormai consolidato e immutabile… ci sentiamo rispondere che “non è qui”.

Guardare al futuro (v. 7)

Lo sguardo di chi sa che Gesù è risorto, però, non si ferma qui, ma guarda in avanti, dando appuntamento ai discepoli in Galilea. Ci sono alcuni elementi che potrebbero dirci qualcosa.

Intanto, notiamo che il risorto viene per incontrare di nuovo i suoi: non va a convincere il sinedrio (l’assemblea ebraica, che lo aveva voluto mettere a morte) o il senato romano o l’imperatore (la massima autorità politica di quel tempo) perché diffondano il suo messaggio in tutto il mondo. Viene dai suoi: la pienezza di vita che Gesù anticipa è in primo luogo incontro pieno con gli altri.

Ma poi, rimanda ad un incontro altrove. Non lo si può incontrare lì, davanti al sepolcro; si chiede invece di tornare in Galilea, dove già Gesù ha anticipato i discepoli. Per capire che cosa intenda dire, dobbiamo ricordarci che il vangelo di Marco, nella sua prima metà, si svolge per intero in Galilea, da cui poi si allontana. Significa che si incontrerà il risorto nel racconto del vangelo, ripreso dall’inizio sapendo, adesso, che Dio ha ratificato che Gesù aveva ragione. Tra le altre cose che la risurrezione dice c’è che il Padre conferma le pretese di Gesù, ratifica che ciò che lui aveva fatto intuire sul volto divino e su una vita umana vissuta bene era fondato e preciso.

La straordinarietà della risurrezione non si vede nello splendore del corpo del risorto, che nel vangelo di Marco non compare in scena, ma nella quotidianità della vita di Gesù in Galilea: là andrà visto.

Affidata a noi (v. 8)

Ma il discorso non è ancora finito. Perché l’evangelista ci dice che le donne fuggono spaventate dal sepolcro, senza dire niente a nessuno. Ovviamente, anche il lettore più distratto si ferma un attimo perplesso: se non l’hanno detto a nessuno, come facciamo a saperlo?

Ma proprio questa domanda ci richiama al senso di questa chiusura. Gesù, infatti, non fa le cose per conto proprio. Esige che chi lo ha conosciuto, chi è stato con lui e lo ha visto risorto, vada ad annunciarlo agli altri. Esige cioè che ci si metta in gioco, collaborando con lui (da qui la missione) e che si creda a coloro che lo annunciano: si muove non nella dimensione della certezza indiscutibile, ma della fiducia, come per tutte le realtà più autentiche della nostra vita. Questo è tanto più vero in quanto la testimonianza di donne non aveva alcun valore, nella cultura ebraica del tempo. Ma la risurrezione, in Marco, è testimoniata a due donne.

Peraltro, il vangelo finisce in modo aperto. Apertissimo. L’ultima parola del vangelo, in greco, iniziava solitamente un discorso lungo di spiegazione. E invece dopo non c’è niente. Le donne hanno paura e non dicono niente. Stranissimo. Infatti tanti hanno pensato di completare il vangelo, perché fosse meno strano. Ma Marco era un buon scrittore, e ha scritto apposta ciò che ha scritto. Con lo sconcerto che lascia nel lettore gli parla, dicendogli: “Il vangelo non può finire qui, c’è bisogno di tornare in Galilea, all’inizio del vangelo, per scoprire che quello che aveva detto e fatto Gesù era opera di Dio; e c’è bisogno di sapere come si risponderà. Le donne hanno avuto paura. Tu, hai paura o vuoi metterti in gioco?”.

La risurrezione segnala che cosa dirà Dio quando non dovrà più rispettare la libertà dell’uomo che gli ha ucciso il figlio: quando la storia ha finito di parlare, la parola divina è di vita, e vita piena.

Ma questa conclusione di Marco dice anche che tocca ora a noi decidere se credere alla risurrezione di Gesù e a ciò che significa, o se preferiamo credere che non è successo nulla. Il discorso del vangelo non è finito. Completarlo spetta a noi lettori.

Angelo Fracchia

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